venerdì 18 maggio 2012
lunedì 14 maggio 2012
Never let me go
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Non lasciarmi
- Kazuo Ishiguro
Einaudi -
Euro 12,00
|
C’è una società il cui progresso scientifico ha consentito la possibilità di creare cloni che han-no l’unico scopo di donare i loro organi agli essere umani malati. Eticamente corretto? Uma-namente scorretto? Non conta, non ci importa. Consideriamo che questi cloni vengano allevati, educati ed istruiti in college che lasceranno per inserirsi nel contesto sociale come, appunto, donatori. Ma prima di essere donatori faranno da assistenti a dei donatori. Sono destinati a morire per far vivere altre persone. È giusto que-sto? Non fa testo neanche questo. Ma cosa importa allora? Fra i vari college ce ne è uno in particolare, Hailsham, dove i ragazzi vengono educati all’arte e alla creazioni di disegni, dipinti, poesie. A cosa servono? Perché Madame seleziona i migliori e se la porta via? E i ricordi che ruolo svolgono? Beh i ricordi sono importanti, sono fondamentali. È grazie ai ricordi che Kathy H., la protagonista e la voce nar-rante di questo libro, ci può raccontare la storia di un’amicizia, di un tenero amore. Cos’è l’amore per questi cloni? Cos’è l’amore per questi cloni, o ragazzi, lo scopri. E non è piacevole.
Come non è piacevole rendersi conto che durante tutta la lettura del libro questo discorso del clone che serve solo per donare organi agli esseri umani ci sembra normalissimo. Questa è la grande capacità di Ishiguro: riesce a trasportarti all’interno della situazione e a fartela vivere esat-tamente come i personaggi la vivono.
E i nostri personaggi sono Kathy H., la sua grande amica, Ruth e Tommy. E la relazione che lega questi tre ragazzi non è onirica, non è utopica, è bellissima e terrificante. Siamo così tragicamente fragili e resistenti allo stesso tempo. È esattamente come una relazione reale.
Ma a questo punto ci si chiede cosa possa essere reale o meno. Neanche questo conta.
Le cose così sono e così stanno. Si può fare qualcosa per cambiare la situazione? E: servirebbe a qualcosa? Realmente cosa siamo? Cosa vogliono da noi? Qual è il nostro scopo?
In perfetto stile giapponese (anche se vive in Inghilterra dall’età di sei anni), Ishiguro ci illustra con eleganza quanto può essere difficile provare emozioni, quanto può essere bello e quanto non è facile dominarle (o alme-no tentare). È commovente la schiettezza con cui pone i fatti al lettore che si impersona completamente nei personaggio e patisce le loro sofferenze e si innamora come loro si innamorano.
Questo libro è una delicata carezza che però non puoi dimenticare, ti lascia qualcosa.
È bravo Ishiguro. Ma alla fine siamo tutti soli.
Come non è piacevole rendersi conto che durante tutta la lettura del libro questo discorso del clone che serve solo per donare organi agli esseri umani ci sembra normalissimo. Questa è la grande capacità di Ishiguro: riesce a trasportarti all’interno della situazione e a fartela vivere esat-tamente come i personaggi la vivono.
E i nostri personaggi sono Kathy H., la sua grande amica, Ruth e Tommy. E la relazione che lega questi tre ragazzi non è onirica, non è utopica, è bellissima e terrificante. Siamo così tragicamente fragili e resistenti allo stesso tempo. È esattamente come una relazione reale.
Ma a questo punto ci si chiede cosa possa essere reale o meno. Neanche questo conta.
Le cose così sono e così stanno. Si può fare qualcosa per cambiare la situazione? E: servirebbe a qualcosa? Realmente cosa siamo? Cosa vogliono da noi? Qual è il nostro scopo?
In perfetto stile giapponese (anche se vive in Inghilterra dall’età di sei anni), Ishiguro ci illustra con eleganza quanto può essere difficile provare emozioni, quanto può essere bello e quanto non è facile dominarle (o alme-no tentare). È commovente la schiettezza con cui pone i fatti al lettore che si impersona completamente nei personaggio e patisce le loro sofferenze e si innamora come loro si innamorano.
Questo libro è una delicata carezza che però non puoi dimenticare, ti lascia qualcosa.
È bravo Ishiguro. Ma alla fine siamo tutti soli.
Recensione di Asia Sabatini
Cambiare vita
Hai mai pensato quanto può essere difficile cambiare la tua vita, per necessità, e trovarti in un paese completamente diverso? Beh, non è così semplice come sembra!
Io vengo da un paesino molto piccolo della Romania, che è quasi del tutto isolato dal resto del mondo.
All’età di 10 anni ho dovuto raggiungere i miei genitori in Italia poiché loro dovevano lavorare per riuscire a vivere e l’Italia era una buona opportunità.
Ero piccola ancora, ma stavo cominciando a crescere, ad avere i miei amici, i miei affetti. Quando mi è arrivata la notizia che dovevo venire in Italia, dentro di me stavano combattendo tante emozioni, perché dovevo da una parte lasciare quella piccola vita che avevo lì, dall’altra però potevo stare vicino ai miei genitori (e questo era decisamente positivo). Come me allora molti bambini vivevano con i nonni perché i genitori lavoravano all’estero (e tutt’ora accade questa cosa) e si vedevano solo di rado; io invece potevo crescere con loro e questo mi rendeva felice.
Dopo un lungo viaggio in macchina di circa 20 ore sono arrivata a Roma. Mi sentivo completamente spaesata, confu-sa e molto diversa. Intorno a me vedevo grandi palazzi, autobus che circolavano in continuazione, gente che andava e veniva e non si fermava mai, tutte cose che nel mio paesino ovviamente non c’erano. Lì la gente vive in modo più tranquillo, si conoscono tutti e si parlano e gli autobus circolano si e no due volte al giorno.
È un ambiente quasi da sogno per chi vive in una grande città come Roma.
Le grandi città sono sempre affollate e la gente è sempre stressata, mentre quel mio paesino che devo dire mi manca parecchio, è l’ideale per vivere tranquilli. D’inverno la neve è bianchissima e cade a tonnellate, raggiunge anche i tre metri d’altezza, la pioggia è pulita che quasi ti viene voglia di ballarci sotto e l’aria è veramente fresca, i paesaggi verdi e la gente si diverte con poco. Mi ricordo che ci riunivamo davanti casa di qualcuno (chi capitava) tutti, venivano bambini anche da altri paesini e giocavamo in modo semplice solo per ridere, non avevamo telefoni o playstation o altre cose tecnologiche, molti non avevano neanche la televisione.
A distanza di nove anni, le cose sono cambiate anche lì, c’è più tecnologia, la gente si è creata un nuovo modo di vivere lavorando all’estero ma comunque l’atmosfera è sempre bella e il modo di vivere è sempre semplice.
Beh, pensate come è stato difficile passare da una vita semplicissima e una più intensa e piena di nuove cose. È stato bello ma in un certo senso difficile, per esempio farsi accettare dagli altri bambini. I primi anni piangevo tutti i giorni perché nessuno giocava con me, ma crescendo ho capito che non si può piacere a tutti e sicuramente se non fossi venuta qua adesso non sarei ciò che sono.
Io vengo da un paesino molto piccolo della Romania, che è quasi del tutto isolato dal resto del mondo.
All’età di 10 anni ho dovuto raggiungere i miei genitori in Italia poiché loro dovevano lavorare per riuscire a vivere e l’Italia era una buona opportunità.
Ero piccola ancora, ma stavo cominciando a crescere, ad avere i miei amici, i miei affetti. Quando mi è arrivata la notizia che dovevo venire in Italia, dentro di me stavano combattendo tante emozioni, perché dovevo da una parte lasciare quella piccola vita che avevo lì, dall’altra però potevo stare vicino ai miei genitori (e questo era decisamente positivo). Come me allora molti bambini vivevano con i nonni perché i genitori lavoravano all’estero (e tutt’ora accade questa cosa) e si vedevano solo di rado; io invece potevo crescere con loro e questo mi rendeva felice.
Dopo un lungo viaggio in macchina di circa 20 ore sono arrivata a Roma. Mi sentivo completamente spaesata, confu-sa e molto diversa. Intorno a me vedevo grandi palazzi, autobus che circolavano in continuazione, gente che andava e veniva e non si fermava mai, tutte cose che nel mio paesino ovviamente non c’erano. Lì la gente vive in modo più tranquillo, si conoscono tutti e si parlano e gli autobus circolano si e no due volte al giorno.
È un ambiente quasi da sogno per chi vive in una grande città come Roma.
Le grandi città sono sempre affollate e la gente è sempre stressata, mentre quel mio paesino che devo dire mi manca parecchio, è l’ideale per vivere tranquilli. D’inverno la neve è bianchissima e cade a tonnellate, raggiunge anche i tre metri d’altezza, la pioggia è pulita che quasi ti viene voglia di ballarci sotto e l’aria è veramente fresca, i paesaggi verdi e la gente si diverte con poco. Mi ricordo che ci riunivamo davanti casa di qualcuno (chi capitava) tutti, venivano bambini anche da altri paesini e giocavamo in modo semplice solo per ridere, non avevamo telefoni o playstation o altre cose tecnologiche, molti non avevano neanche la televisione.
A distanza di nove anni, le cose sono cambiate anche lì, c’è più tecnologia, la gente si è creata un nuovo modo di vivere lavorando all’estero ma comunque l’atmosfera è sempre bella e il modo di vivere è sempre semplice.
Beh, pensate come è stato difficile passare da una vita semplicissima e una più intensa e piena di nuove cose. È stato bello ma in un certo senso difficile, per esempio farsi accettare dagli altri bambini. I primi anni piangevo tutti i giorni perché nessuno giocava con me, ma crescendo ho capito che non si può piacere a tutti e sicuramente se non fossi venuta qua adesso non sarei ciò che sono.
di Michela Herman
Quando sei nato non puoi più nasconderti
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| Con Alessio Boni, Michela Cescon, Matteo Gramola Regia di Marco Tullio Giordana, Italia, G.B., Francia, 2005 |
Il film racconta la storia di una famiglia benestante di Brescia, che
viene sconvolta da quello che succede al figlio. Durante un viaggio in
barca con il padre, con il quale ha un rapporto molto aperto, Sandro, il
protagonista, che ha dodici anni, cade in mare, ma è salvato da un
ragazzo rumeno, Radu, e accolto in un barcone di immigrati clandestini
diretto verso l’Italia. Qui Sandro conosce una realtà molto diversa da
quella in cui vive abitualmente ed avrà modo di vedere le disperate
condizioni dei migranti e la crudeltà degli scafisti. Sandro riesce a
tornare dalla sua famiglia e vuole aiutare a tutti i costi Radu, che lo
ha salvato, e sua sorella Alina, che viaggiava con lui. Tra i tre
ragazzi infatti è nata un’amicizia, che Sandro sente in modo
particolare, e che gli aprirà un mondo sconosciuto e difficile a volte
da capire. Questo film mi ha colpito molto proprio per le tematiche che
affronta. Il titolo vuole significare che la stessa nascita segna il
passaggio alla vita, non sempre facile, che devi affrontare e a cui non
puoi fuggire nascondendoti. Questa situazione è rappresentata dai due
ragazzi rumeni, i quali, nonostante siano cresciuti in una realtà molto
diversa da quella di Sandro, sono comunque guidati dagli stessi
sentimenti e dagli stessi bisogni. Mi ha soprattutto colpito il modo di
raccontare l’immigrazione clandestina vista con gli occhi innocenti di
un ragazzino; il protagonista viene a conoscenza di un mondo complicato,
che riserva una vita spensierata solo a chi ha la fortuna di essere
ricco, mentre non dà speranza a tanti immigrati che giungono in Italia.
Recensione di Francesca Cosentino
Madre piccola
Sei in una stanza e con te c’è una donna e il suo nome è Barni, ha
una voglia a forma di cuore sulla fronte e un naso molto pronunciato. È
scura di carnagione, è somala.
Sei in una seconda stanza e c’è
Taageere, alto, dal fisico asciutto e longilineo, ha gli occhi stanchi. È
scuro di carnagione, è somalo.
Sei in una terza stanza, c’è
un’altra donna che si chiama Domenica Axad, ha delle cicatrici sulle
braccia che non nasconde più e dei ricci indomabili. È mulatta, è
italo-somala. E tu, lettore, passi da una stanza all’altra. Conosci l’una e l’altro, le loro storie e i loro perché.
Le
difficoltà di vivere, le scelte fatte, le relazioni che legano
inevitabilmente i vari personaggi di questa storia fin troppo reale.
C’è anche un posto che noi (romani) conosciamo bene: Stazione Termini. Da
sempre punto di snodo, di incontro e di fuga. Ed è lì, in quella
accozzaglia di nomi, lingue, fisionomie, culture e tradizioni che si
incontrano e si scontrano quei personaggi che saranno capaci di farci
rendere, almeno un pochino, conto di cosa comporta una società
multiculturale. Perché è difficile riuscire ad inserirsi, è difficile permettere a qualcun altro di inserirsi.
Ma è terribilmente bello quando riesce. La possibilità di crescere non ci è negata, sta solo a noi coglierla. Da
perfetti egoisti siamo portati a pensare a quanti problemi possono
nascere per i cittadini di uno Stato con un’alta presenza di stranieri.
Ma questo libro mostra anche l’altra faccia della medaglia: la
difficoltà degli stranieri ad ambientarsi. Le difficoltà da entrambe le
parti di relazionarsi e accettare del tutto o in parte le leggi che
regolano questi mondi diversi. Ma un’altra cosa ci ricorda questo
libro: quanto la guerra sia stupida. Quanto la guerra sia capace di
lacerare nel profondo una popolazione. Il dolore che porta con sé, la
lunga fuga, la diaspora senza una meta.
Questo non è solo
l’esposizione delle difficoltà di Domenica Axad che si trova a cavallo
di due culture estremamente diverse fra loro: e le diversità non
riguardano la lingua. È un modo di agire, è un modo di pensare, è
l’educazione, è il contesto socio-politico. E come affrontare questa
situazione?
Madre piccola non è un grande libro, non è un best-seller. Non è un capolavoro, non è intrigante.
È una timida e intima confessione. E vale sempre la pena ascoltare quello che una persona ha da confidare.
Recensione di Asia Sabatini
Una testimonianza
INTEGRAZIONE: L’atto e l’effetto dell’integrare una persona qualsiasi siano le sue origini. Oramai sono quasi 15 anni che mi trovo qui in Italia. Molti affermano che sono italiana, ma io sinceramente mi sento al 100% polacca. Oggi come oggi sono felice delle mie origini, ma questa affermazione era diversa quando ero piccola. Avevo un anno quando ho respirato per la prima volta l’aria italiana .All’inizio non mi piaceva molto questo paese. Notavo delle differenze abnormi, prima di tutto il cibo, anche se ero piccola il sapore ero in grado di distinguerlo; crescendo ho scoperto che in Polonia non esistono ogm (organismi geneticamente modificati) tramite chimica o altri agenti non naturali, e se esistono ce ne sono in quantità piccole. La cucina polacca è molto diversa dalla cucina attuale italiana poiché, appunto, in Polonia usano soltanto organismi naturali e non vegetali cresciuti in serre. Ogni estate andavo in Polonia e quando ritornavo era sempre un pianto...Mi mancavano i nonni, i piatti tipici polacchi, le battaglie con i cuscini con zia, i miei cugini, l’aria fresca e pulita, gli enormi campi sempre verdi dove ti potevi buttare e rotolare per tutto il giorno, le passeggiate per le piazzette…In sintesi tutto. Ma purtroppo mi dovevo abituare, i miei genitori avevano deciso una vita così e così doveva essere. Il trauma, se così si può definire, è iniziato il primo anno della materna: a volte tornavo a casa in lacrime perché mi sentivo dire che ero diversa dagli altri. Quante volte mamma ha passato i pomeriggi a spiegarmi che ero e sono uguale agli altri, che l’amicizia non si basa sul colore della pelle, sulla religione o sulla provenienza. A volte lo capivo, altre no. Sbagliavo. Solo alle elementari l’avevo capito, grazie allo studio e all’approfondimento sull’uguaglianza dei bambini, così mano mano che passavano gli anni, ero sempre più sicura di me, e se qualcuno osava contraddirmi su questo argomento sapevo benissimo come rispondere, mi ero informata bene. A dire la verità in parte mi hanno aiutato anche gli insegnanti che ho avuto in precedenza. A volte penso a come sarebbe stata la mia vita adesso se i miei avessero deciso di ritornare in Polonia, potevo benissimo abitare con mia nonna o in riva al mare o chissà dove…Anche se magari all’inizio non ero d’accordo con il “trasloco” e non sempre ero felice in quei tempi, ne è valsa la pena. Ringrazio i miei genitori perché inconsapevolmente mi hanno dato una vita fantastica qui a Roma.
di Vanessa Kowal
Progetto: Il mondo a scuola
I flussi migratori sono un fenomeno presente da sempre nel mondo: consistono nello spostamento di masse di persone in un territorio che non corrisponde a quello d’origine. Le classi 3A e 3B nell'ambito del progetto "Il mondo a scuola", allo scopo di verificare l'esistenza di eventuali flussi migratori nelle famiglie degli alunni del nostro Istituto nell'ultimo secolo, hanno elaborato un questionario che è stato somministrato al triennio dei corsi A, B, EL, AL. Le domande riguardavano gli alunni, i genitori degli alunni, i nonni, i bisnonni ed eventuali parenti stretti. Il questionario, una volta elaborato, è stato portato a casa perchè gli alunni avevano scarse conoscenze sulle proprie radici e quindi hanno dovuto interrogare le loro famiglie per acquisire maggiori informazioni. Sono stati distribuite 250 schede; quelle utilizzate in modo valido sono state 140 perchè alcune non sono state compilate, altre in parte, altre in modo superficiale, altre erano contraddittorie. In base agli esiti del questionario, risulta che solo il 5% degli alunni è costituito da stranieri e la maggior parte degli alunni, circa 83%, è nata nel Lazio senza mai vivere un’esperienza di trasferimento, mentre del restante 17%, la maggior parte si è trasferita all’interno della propria regione e solo una piccola parte ha effettuato un trasferimento proveniente dall’estero o da un'altra regione italiana. Quasi a parità di dati, gli alunni che si sono spostati lo hanno fatto durante l’adolescenza o l’infanzia e sono rispettivamente il 52% e il 48%. Per quanto riguarda i genitori si può notare che più del 60% è nato nel Lazio. Il restante è nato in un'altra regione italiana o in un altro paese europeo. La percentuale si abbassa quando si chiede se si è mai trasferito, con un circa 56% sul no, con un 35% sul trasferimento in Italia e il restante 9% in un paese straniero. Dai dati che sono emersi la fascia d’età in cui i genitori si sono trasferiti è per il padre l’adolescenza (10-25 anni) o la sua infanzia (0-10 anni) mentre il periodo è nel secondo dopoguerra. I motivi del trasferimento sono soprattutto personali e famigliari, infine emerge che il primo lavoro che trovato in seguito al trasferimento è quello nel set-tore industriale/artigianale. Le madri sono per l’88% italiane e nate nel Lazio per il 66%. Il 45% di queste si sono trasferite in un’altra regione italiana e poche sono le madri che si sono trasferite all’estero. Dalle statistiche risulta che la maggioranza (sempre delle mamme) ha conosciuto l’esperienza del trasferimento nell’età che va dai 25 ai 45 anni e una soltanto dopo i 45 anni; quindi i trasferimenti sono avvenuti particolarmente negli anni ’70/’80, in corrispondenza dello sviluppo urbanistico di Roma, concentrandosi anche nella zona circostante alla nostra scuola, che delimitava parte della periferia della capitale. Dato gli spostamenti sono avvenuti negli anni del “boom” economico le madri hanno trovato lavoro nel settore dei servizi e del commercio. I nonni materni: sono il 45% quelli nati nel Lazio e il 44% quelli nati in un’altra regione italiana, il restante 11% sono stranieri. Anche i nonni paterni sono quasi tutti nati nel Lazio, per il 54%, e in un’altra regione italiana per il 40%. La fascia d’età in cui si sono verificati maggiori spostamenti, sia per i nonni materni che per quelli materni, sono l’adolescenza (10-25 anni) e l’età adulta (25-45 anni) e il periodo è quello del secondo dopoguerra. I motivi sono sempre economici ma soprattutto personali e per il lavoro non c’è un settore in particolare che spicca rispetto agli altri.
Dall’indagine sui bisnonni materni, ossia madre e padre di nonno materno, risulta una prevalenza di nati nel Lazio, il 51%. Qui si alza ancora la percentuale di coloro che non si sono mai trasferiti: il 92%. Sui bisnonni paterni: il 65% delle persone è nato nel Lazio mentre il restante 35% si è trasferito tra Italia e paesi stranieri. La fascia d’età che registra i maggiori trasferimenti è l’età adulta con 67%, il periodo più diffuso è quello del primo dopoguerra, mentre i motivi sono sempre economici e personali, ma spicca il moti-vo politico con il 21%. Il primo lavoro è sempre nel settore agricolo.
I dati della nostra ricerca saranno in seguito presen-tati in modo più analitico nella stesura finale del Progetto.
Dall’indagine sui bisnonni materni, ossia madre e padre di nonno materno, risulta una prevalenza di nati nel Lazio, il 51%. Qui si alza ancora la percentuale di coloro che non si sono mai trasferiti: il 92%. Sui bisnonni paterni: il 65% delle persone è nato nel Lazio mentre il restante 35% si è trasferito tra Italia e paesi stranieri. La fascia d’età che registra i maggiori trasferimenti è l’età adulta con 67%, il periodo più diffuso è quello del primo dopoguerra, mentre i motivi sono sempre economici e personali, ma spicca il moti-vo politico con il 21%. Il primo lavoro è sempre nel settore agricolo.
I dati della nostra ricerca saranno in seguito presen-tati in modo più analitico nella stesura finale del Progetto.
Francesca Casentino
Federica La Rosa
Stefano Coletta
Roxana Popescu
5 days in Dublin
Dublin, also known as "town of the hurdled ford", is the capital of Ireland and it is situated near the midpoint of Ire-land's east coast, at the mouth of the River Liffey, and at the center of the Dublin Region. It’s a quiet and charming city, people are very friendly ,tied to the traditions and sports like rugby. It’s easy to find in every corner statues of leprechauns and Molly Malone ,well known by the “Cockles and Mussels” song which is the unofficial anthem of Dublin and the Irish International Rugby Team’s supporters.
I stayed there for 5 days during the school’s stage and I had the opportunity to visit the Guinness factory that wasn’t so interesting like I thought, I just saw some ingredients and information about the Guinness beer’s in-ventor. I also visited a lighthouse near Dublin ,it wasn’t a great thing but the view was awesome and I took a lot of photos, finally, I assisted to music and Irish dances in a popular pub in Dublin named Temple Bar, it was a funny day, I tried to dance with my friends too but we weren’t so good.
The most exciting thing of them all was wandering through the city center. The city center is full of shops and there I passed the majority of my time buying clothes. Going into shops was like an adventure because I had to speak another language and do all things on my own. Stages are a great opportunity to gain experience and to have a lot of fun too …Until you finish money, and if I could I’d turn back there immediately.
Di Ciocan Alex
I stayed there for 5 days during the school’s stage and I had the opportunity to visit the Guinness factory that wasn’t so interesting like I thought, I just saw some ingredients and information about the Guinness beer’s in-ventor. I also visited a lighthouse near Dublin ,it wasn’t a great thing but the view was awesome and I took a lot of photos, finally, I assisted to music and Irish dances in a popular pub in Dublin named Temple Bar, it was a funny day, I tried to dance with my friends too but we weren’t so good.
The most exciting thing of them all was wandering through the city center. The city center is full of shops and there I passed the majority of my time buying clothes. Going into shops was like an adventure because I had to speak another language and do all things on my own. Stages are a great opportunity to gain experience and to have a lot of fun too …Until you finish money, and if I could I’d turn back there immediately.
Di Ciocan Alex
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| Fiume Liffey |
Time to ask - part 2
In quest’altro articolo verranno fatte alcune domande a una ragazza polacca che frequenta quest'istituto, relative alle differenze culturali tra questi due Paesi, Italia e Polonia.
-Da quanto tempo vivi in Italia?
-Sono in Italia da 14 anni.
-Quali difficoltà hai affrontato inizialmente?
-Le difficoltà che ho affrontato sono state, oltre la lingua, i pregiudizi della gente sia a scuola da parte dei bambini, sia degli adulti e non è stato facile farsi accettare inizialmente perché venivo tagliata fuori da ogni attività di gruppo e dai giochi. Per fortuna questo è successo solo durante il periodo delle elementari.
-Perché hai scelto questo indirizzo di studio?
-Ho scelto questo indirizzo per poter evitare di dover frequentare l’università. Mi piacerebbe introdurmi il prima possibile nel mondo del lavoro.
-Quali erano le tue aspettative una volta arrivata in Italia?
-Avevo poche aspettative, credo a causa dell’età, e nemmeno ora me lo ricordo. Mia madre sperava di potermi dare un futuro migliore, sistemarsi e cambiare vita.
-Perché avete scelto l’Italia? Ora come ora la scegliereste?
-Ha scelto mia madre per me, 14 anni fa la situazione dell’Italia era migliore e molto invidiata dai polacchi. I connazionali che tornavano potevano permettersi molto e portavano tanto denaro alle loro famiglie. Mia madre che non aveva nulla da perdere ha deciso di tentare, ma ora come ora non credo farebbe la stessa scelta.
-Quali sono tuoi piatti preferiti in Italia? E in Polonia?
-I miei piatti preferiti sono la carbonara e la pizza! La Polonia si salva soltanto per l’ottima carne, oltre la carne si cucinano tutte zuppe e goulash, che a me non piacciono!!
-Ma che forma di governo avete in Polonia?
-Repubblica parlamentare (come in Italia)
-Descrivici un posto turistico tipico della Polonia.
-La Polonia offre bellissimi paesaggi. C’è il mare, anche se gelido tutto l’anno, la montagna, le campagne e le città ricche di storia. Soprattutto mi sento di citare Cracovia e Oswiecim, conosciuta anche con il nome di Auschwitz.
Joanna Gorjinska e Denisa Copil
-Da quanto tempo vivi in Italia?
-Sono in Italia da 14 anni.
-Quali difficoltà hai affrontato inizialmente?
-Le difficoltà che ho affrontato sono state, oltre la lingua, i pregiudizi della gente sia a scuola da parte dei bambini, sia degli adulti e non è stato facile farsi accettare inizialmente perché venivo tagliata fuori da ogni attività di gruppo e dai giochi. Per fortuna questo è successo solo durante il periodo delle elementari.
-Perché hai scelto questo indirizzo di studio?
-Ho scelto questo indirizzo per poter evitare di dover frequentare l’università. Mi piacerebbe introdurmi il prima possibile nel mondo del lavoro.
-Quali erano le tue aspettative una volta arrivata in Italia?
-Avevo poche aspettative, credo a causa dell’età, e nemmeno ora me lo ricordo. Mia madre sperava di potermi dare un futuro migliore, sistemarsi e cambiare vita.
-Perché avete scelto l’Italia? Ora come ora la scegliereste?
-Ha scelto mia madre per me, 14 anni fa la situazione dell’Italia era migliore e molto invidiata dai polacchi. I connazionali che tornavano potevano permettersi molto e portavano tanto denaro alle loro famiglie. Mia madre che non aveva nulla da perdere ha deciso di tentare, ma ora come ora non credo farebbe la stessa scelta.
-Quali sono tuoi piatti preferiti in Italia? E in Polonia?
-I miei piatti preferiti sono la carbonara e la pizza! La Polonia si salva soltanto per l’ottima carne, oltre la carne si cucinano tutte zuppe e goulash, che a me non piacciono!!
-Ma che forma di governo avete in Polonia?
-Repubblica parlamentare (come in Italia)
-Descrivici un posto turistico tipico della Polonia.
-La Polonia offre bellissimi paesaggi. C’è il mare, anche se gelido tutto l’anno, la montagna, le campagne e le città ricche di storia. Soprattutto mi sento di citare Cracovia e Oswiecim, conosciuta anche con il nome di Auschwitz.
Joanna Gorjinska e Denisa Copil
Si può fare Intercultura al L. Radice
Nella nostra classe di italiano quest’anno siamo in quattro: due ragazze cinesi, una rumena, e io, l’insegnante di L2. L’anno scorso eravamo di più, considerando qualcuno che poi ha abbandonato il corso e qualcuno che si è aggiunto alla fine. Una piccola classe multilingue, un microcosmo multietnico, nel quale alunni di lingue e culture diverse si ritrovano una volta a settimana, per imparare a parlare, o a parlare meglio, la lingua italiana e per conoscere l’Italia, Roma, le nostre tradizioni, come celebriamo il Natale e cosa mangiamo la domenica, e perché in italiano “buona fortuna” si può dire anche “In bocca al lupo”. E per scoprire che spesso tutto il mondo è paese.
Carmen entra in classe, prima lezione dell’anno, è raggiante. “Ciao prof!”. E’ cresciuta tanto, è più spigliata, più disinvolta dell’anno scorso. “Mi sono fidanzata, prof!”. Ecco spiegato l’arcano: gli adolescenti innamorati sono uguali a qualunque latitudine.
Arriva Anni affannata, di ritorno dalla succursale, giusto in tempo per cominciare la lezione. Capelli neri, frangetta e coda all’insù, è timida e studiosa. Lei e Carmen si salutano affettuosamente, contente di essersi ritrovate anche quest’anno, una ragazza cinese e una rumena. Le guardo soddisfatta, hanno fatto progressi: l’anno scorso erano entrambe al primo anno di scuola superiore italiana, Anni in I e Carmen in III. A loro si è aggiunta quest’anno Luisa, nome italiano, famiglia cinese, accento romano.
Quando è arrivata in Italia, poco più di una anno fa, a Carmen, che parlava poco o niente di italiano, è successo quello che normalmente succede a tutti gli studenti stranieri da poco arrivati nel nostro Paese: il nostro sistema scolastico infatti non prevede l’esistenza di “classi speciali per stranieri”, pertanto questi alunni vengono integrati nelle classi ordinarie, a seconda delle loro competenze didattiche e, soprattutto, della loro età.
La politica scolastica italiana, a differenza di altri Paesi, ha scelto l’inserimento degli alunni stranieri nella “scuola comune”, all’interno delle classi ordinarie, evitando luoghi di apprendimento separato, in continuità con precedenti scelte della scuola italiana per l’accoglienza e l’integrazione di varie forme di diversità (in questo caso linguistica e culturale). L’altro modello, quello europeo, è il modello, diffuso da molti anni, che prevede classi separate. I sistemi inglese e tedesco, ad esempio, prevedono classi differenziate per gli alunni stranieri, fino al raggiungimento della competenza linguistica. In Germania, particolare rilievo ha il "Progetto lezioni in tandem" che consiste nell'affiancare ai tradizionali corsi extracurricolari di lingua, alcune ore di compresenza in classe degli insegnanti di altre madrelingue. E l'ammissione nelle classi ordinarie avviene solo dopo aver supe-rato l'esame di una commissione. Anche in Spagna ci sono classi "di passaggio".
A fronte di un numero sempre crescente di alunni stranieri tra i banchi delle scuole italiane, anche nel nostro Paese si è avvertita l’esigenza di trovare una risposta migliore al tema dell’inserimento degli stranieri nella nostra scuola. Sono 711mila gli alunni stranieri in Italia, pari al 7,9% di tutti gli studenti, dalla scuola d'infanzia fino ai licei e agli istituti tecnici. In tutto, sono 37.454 in più rispetto all'anno scolastico precedente. Ma fanno la fatica di sempre, pur orientandosi, per lo più, verso scuole «più facili». Scuole pubbliche, naturalmente (85,8%), eccetto che per le materne. E il divario si fa più evidente nella scuola secondaria, dove i bocciati sono il doppio degli italiani.
Classi “ghetto” si, classi “ghetto” no. A dirla in questi termini, sembrerebbe il titolo di una canzone; e invece è uno dei temi più dibattuti, in materia di scuola, degli ultimi anni. Nel 2008 passa alla Camera una mozione proposta dal senatore leghista Cota per l’integrazione degli alunni stranieri attraverso “classi di inserimento”, che rappresentano un modello non distante da quanto già avviene in molti Paesi europei, dove le classi separate sono da tempo una realtà. Il documento impegnava il Governo dell’epoca a rivedere il sistema di accesso degli studenti stranieri alla scuola di ogni ordine e grado, «favorendo il loro ingresso previo superamento di test e specifiche prove di valutazione; a istituire classi di inserimento che consentano agli studenti stranieri che non superano le prove e i test di frequentare corsi di apprendimento della lingua italiana, propedeutici all'ingresso degli studenti stranieri nelle classi permanenti». Inoltre, la mozione prevedeva una distribuzione degli alunni stranieri nelle scuole «proporzionata al numero complessivo degli alunni per classe, per favorirne la piena inte-grazione e scongiurare il rischio della formazione di classi di soli alunni stranieri». Questa proposta ha suscitato una polemica che ha tenuto banco sui media nazionali per diversi mesi: a detta delle opposizioni di centro-sinistra, la proposta della Lega Nord (partito che spesso in passato si è reso responsabile di campagne ideologiche dalla venatura xenofoba e razzista) porterebbe inevitabilmente a ghettizzare gli alunni stranieri, discriminandoli e rallentando il loro inserimento nella nostra società piuttosto che facilitarlo.
Posto dinanzi a queste critiche, il senatore Cota, oggi governatore del Piemonte, si difese sottolineando come la proposta del suo partito avrebbe al contrario evitato l’alta percentuale di insuccesso scolastico degli alunni stranieri, i quali finora vengono “catapultati” nelle classi anche senza conoscere una parola di italiano.Carmen entra in classe, prima lezione dell’anno, è raggiante. “Ciao prof!”. E’ cresciuta tanto, è più spigliata, più disinvolta dell’anno scorso. “Mi sono fidanzata, prof!”. Ecco spiegato l’arcano: gli adolescenti innamorati sono uguali a qualunque latitudine.
Arriva Anni affannata, di ritorno dalla succursale, giusto in tempo per cominciare la lezione. Capelli neri, frangetta e coda all’insù, è timida e studiosa. Lei e Carmen si salutano affettuosamente, contente di essersi ritrovate anche quest’anno, una ragazza cinese e una rumena. Le guardo soddisfatta, hanno fatto progressi: l’anno scorso erano entrambe al primo anno di scuola superiore italiana, Anni in I e Carmen in III. A loro si è aggiunta quest’anno Luisa, nome italiano, famiglia cinese, accento romano.
Quando è arrivata in Italia, poco più di una anno fa, a Carmen, che parlava poco o niente di italiano, è successo quello che normalmente succede a tutti gli studenti stranieri da poco arrivati nel nostro Paese: il nostro sistema scolastico infatti non prevede l’esistenza di “classi speciali per stranieri”, pertanto questi alunni vengono integrati nelle classi ordinarie, a seconda delle loro competenze didattiche e, soprattutto, della loro età.
La politica scolastica italiana, a differenza di altri Paesi, ha scelto l’inserimento degli alunni stranieri nella “scuola comune”, all’interno delle classi ordinarie, evitando luoghi di apprendimento separato, in continuità con precedenti scelte della scuola italiana per l’accoglienza e l’integrazione di varie forme di diversità (in questo caso linguistica e culturale). L’altro modello, quello europeo, è il modello, diffuso da molti anni, che prevede classi separate. I sistemi inglese e tedesco, ad esempio, prevedono classi differenziate per gli alunni stranieri, fino al raggiungimento della competenza linguistica. In Germania, particolare rilievo ha il "Progetto lezioni in tandem" che consiste nell'affiancare ai tradizionali corsi extracurricolari di lingua, alcune ore di compresenza in classe degli insegnanti di altre madrelingue. E l'ammissione nelle classi ordinarie avviene solo dopo aver supe-rato l'esame di una commissione. Anche in Spagna ci sono classi "di passaggio".
A fronte di un numero sempre crescente di alunni stranieri tra i banchi delle scuole italiane, anche nel nostro Paese si è avvertita l’esigenza di trovare una risposta migliore al tema dell’inserimento degli stranieri nella nostra scuola. Sono 711mila gli alunni stranieri in Italia, pari al 7,9% di tutti gli studenti, dalla scuola d'infanzia fino ai licei e agli istituti tecnici. In tutto, sono 37.454 in più rispetto all'anno scolastico precedente. Ma fanno la fatica di sempre, pur orientandosi, per lo più, verso scuole «più facili». Scuole pubbliche, naturalmente (85,8%), eccetto che per le materne. E il divario si fa più evidente nella scuola secondaria, dove i bocciati sono il doppio degli italiani.
Classi “ghetto” si, classi “ghetto” no. A dirla in questi termini, sembrerebbe il titolo di una canzone; e invece è uno dei temi più dibattuti, in materia di scuola, degli ultimi anni. Nel 2008 passa alla Camera una mozione proposta dal senatore leghista Cota per l’integrazione degli alunni stranieri attraverso “classi di inserimento”, che rappresentano un modello non distante da quanto già avviene in molti Paesi europei, dove le classi separate sono da tempo una realtà. Il documento impegnava il Governo dell’epoca a rivedere il sistema di accesso degli studenti stranieri alla scuola di ogni ordine e grado, «favorendo il loro ingresso previo superamento di test e specifiche prove di valutazione; a istituire classi di inserimento che consentano agli studenti stranieri che non superano le prove e i test di frequentare corsi di apprendimento della lingua italiana, propedeutici all'ingresso degli studenti stranieri nelle classi permanenti». Inoltre, la mozione prevedeva una distribuzione degli alunni stranieri nelle scuole «proporzionata al numero complessivo degli alunni per classe, per favorirne la piena inte-grazione e scongiurare il rischio della formazione di classi di soli alunni stranieri». Questa proposta ha suscitato una polemica che ha tenuto banco sui media nazionali per diversi mesi: a detta delle opposizioni di centro-sinistra, la proposta della Lega Nord (partito che spesso in passato si è reso responsabile di campagne ideologiche dalla venatura xenofoba e razzista) porterebbe inevitabilmente a ghettizzare gli alunni stranieri, discriminandoli e rallentando il loro inserimento nella nostra società piuttosto che facilitarlo.
Per ora, uno dei provvedimenti in atto nel nostro paese, come da Circolare ministeriale n. 2 dell’8 gennaio 2010, è il tetto del 30% alla presenza di alunni stranieri in ogni classe che, a detta dell’ex ministro Gelmini, dovrebbe favorire la loro integrazione graduale mentre sicuramente crea problemi a quelle scuole, soprattutto pri-marie, dove fino all’80% degli iscritti sono stranieri, e non italiani. Un esempio di questo è la scuola elementare C. Pisacane di Tor Pignattara dove, nel settembre 2010, erano 38 i bambini stranieri che volevano essere iscritti. 38 bambini e bambine, che sono vissuti a Roma e a Roma hanno frequentato la scuola dell’infanzia, che parlano italiano, ma che saranno trattati in modo diverso rispetto ai loro coetanei, poiché i loro genitori sono immigrati in questo paese prima che loro nascessero e di conseguenza non sono ritenuti cittadini italiani.
Al di là di ogni giudizio politico, analizzando questo provvedimento possono essere fatte alcune considerazioni. La scuola caratterizzata dalla presenza di alunni con formazione culturale profondamente diversa è ormai una realtà, fonte di arricchimento culturale e personale per alcuni genitori ed alunni, motivo di preoccupazione per altri, che temono un possibile rallentamento dei programmi e del progresso dei propri ragazzi . Ma oltre alla percezione delle famiglie, dobbiamo tener conto del lavoro dei docenti e dei dirigenti, non sempre pronti ad affrontare realtà linguistiche e culturali così diverse, che richiedono un oneroso impegno professionale, al quale non sempre corrisponde un’adeguata formazione iniziale, né un sufficiente supporto in servizio.
Pur trovandoci in un momento di ristrettezza di risorse e di riforme in atto, che appesantiscono il lavoro quotidiano di dirigenti e docenti, dobbiamo poter affrontare questioni di fondo, quali la formazione iniziale e in servizio di tutto il personale, i protocolli di accoglienza, l’apprendimento della lingua italiana, il coinvolgimento di tutti i genitori e di tutti gli alunni e, non ultimo, il contenuto dei saperi, la dimensione interculturale di ciascuna delle discipline, i cui programmi risalgono ad un tempo, ormai definitivamente chiuso, in cui la cultura in classe, salvo rarissime eccezioni, era omogenea e locale.
“Ero appena arrivata, mi sentivo curiosa di tutte le cose nuove e strane. Nel corso del tempo, ho una certa cono-scenza della lingua italiana. Compresa la sua politica, economia, educazione e costumi e così via. So che l'Italia è anche composta da immigrati provenienti da molti paesi. Appena entrata in scuola, ero molto eccitata. Ma col passare del tempo, so anche alcune differenze tra la scuola cinese e quella di Italia. Ho anche saputo le differenze tra le persone cinesi e italiane, sono molto simili, sono entusiaste, sono molto amichevoli e gli piacciono aiutare gli altri. Pensavo che le persone italiane non sono cosi amichevoli con le persone straniere. Così penso e quasi non parlo mai con nessuno, ho paura che sbaglio di parlare e mi prendono in giro; pian piano ho capito che le persone italiane non sono così. Sono molto felice che sono venuta in Italia, e ho conosciuto tanti amici.”
Anni e Luisa, IIE e IC, I.T.C. L. Lombardo Radice
Prof. Bianchi
I come intercultura
Un amico e collega carissimo diceva che l’intercultura è la capacità di capirsi tra nonni e nipoti. Oggi le distanze si sono allungate anche tra genitori e figli.
Cos’è l’intercultura? Per quel che mi riguarda, penso che sia una corrente d’acqua fresca nella quale ho sempre nuotato.
Intercultura è stata la collezione di fotografie africane di mio nonno, gli uomini con le facce nere, le moschee, i dromedari. Intercultura è stata una canzone che cantavamo da ragazzini in chiesa: Di che colore è la pelle di Dio? È nera, bianca, gialla, rossa perché Lui ci vede uguale davanti a sé.
Intercultura sono stati i fumetti con cui sono cresciuto, Tex Willer, il capo bianco del popolo Navajo ed il suo pard Tiger Jack ed i libri di geografia con le loro immagini di genti e paesi diversi. Intercultura sono stati i miei libri: mi tornano alla mente le storie di Sandokan. Intercultura sono stati i tanti racconti di missionari che ho incontrato, uomini dispersi nelle regioni equatoriali, a lottare con la lebbra e ad innamorarsi di quelle culture e di quelle genti.
Intercultura sono stati i pomeriggi in cui un venditore ambulante lasciava a mio padre per un po’ le sue mercanzie e andava a mangiare un boccone e poi, al suo ritorno, i due chiacchieravano come si conoscessero da sempre. Intercultura è stata la passione per i dialetti e le ricerche etnografiche nelle terre italiane che ho ereditato dalla mia insegnante di lettere delle medie.
Intercultura è stata la simpatia per Mohammed Alì.
Sembrerebbe, l’intercultura, essere solo un’atmosfera fortunata che se ti capita sei a posto se no, pazienza. No.
Intercultura è stato fare una scelta civile, con la convinzione che gli uomini sono tutti uguali e cittadini dello stesso mondo, senza discriminazione di pelle, di cultura, di fede, di sesso, di censo, con la possibilità di convivere nella diversità, perchè il mondo è una casa abbastanza grande per tutti, per tutte le lingue, per tutti i dialetti, per tutte le cucine, per tutte le letterature, per tutte le religioni, per tutti i modi onesti di rappresentarsi e costruirsi la vita.
Oggi non si parla più molto d’intercultura, come se ne parlava una decina d’anni fa, quando sembrava d’aver trovato la chiave per risolvere i problemi della convivenza, che sarebbe stata futura, più che altro.
Oggi che la società italiana va diventando come si dice multietnica, multiculturale, multireligiosa, multitutto, per davvero, di intercultura non si parla più. Forse perché la si è realizzata? La sensazione immediata mi fa diffidare delle imitazioni. Complice il dibattito avvelenato sull’immigrazione, è cresciuta una realtà multiculturale ma non interculturale.
In generale, e nonostante il dibattito sull’immigrazione, la seconda generazione va assimilandosi più fortemente, grazie alle amicizie scolastiche o di quartiere e grazie al web, in quella marmellata culturale globalizzata che conosciamo, rispetto alla quale chi deve fare intercultura non sono più tanto i giovani del posto e quelli stranieri, ma piuttosto i genitori de-gli uni e degli altri rispetto a se stessi e ai propri figli.
Per sciogliere il bandolo della matassa ed essere operativi, però, qualcosa bisogna dire. Intercultura: istruzioni per l’uso.
In una società fortemente segnata dal narcisismo individuale e collettivo, parlare di intercultura è come far conoscere la vita dei marziani ai cacciatori di mammut dell’isola di Wrangler. I primi sono probabili, i secondi sono estinti.
Nella società dell’opinione, del soggettivismo spinto, del così-è-se-mi-pare, ogni dialogo, ogni intermezzo, ogni parola che sta in mezzo e crea relazione biunivoca sembra fantascienza, un optional che in tempi di crisi costa troppo.
La rappresentazione più corrente della vita è una partita a car-te: uno vince, l’altro perde. In questo contesto privato della normale attrazione reciproca tra diversi, siamo tutti votati a diventare omoculturali, cioè omogenei e convergenti sul noi-stessi-collettivo, dove ogni altro è un’immagine che rimanda debitamente il nostro e solo il nostro sembiante collettivo, co-me in uno specchio sociale o mediatico.
Sul piano teorico, l’intercultura è, invece, l’arte di confrontare diverse visioni del mondo e delle cose, un dizionario, semplicemente ricordando che non esiste un solo modo di concepire e dire il mondo e che, dunque, è logico che le molteplici modalità di comprendere l’esistente possano coesistere, mescolarsi, prestarsi valori e idee, convergendo verso una gestione comune dello spazio vitale, rispettosa delle differenze identitarie.
Come il dialogo è la possibilità di creare una condizione di futuro tra due o più persone, le quali non sono chiamate a fare salotto, ma a condividere l’essenziale della vita, se stessi, lo spazio, il tempo, le risorse e, dunque, a trovare soluzioni che possano soddisfare entrambi, così sul piano pratico, l’intercultura rappresenta l’arte di trovare soluzioni soddisfacenti per condividere un medesimo territorio ed una comune società, senza interferire con la cultura dell’altro, ma escogitando il modo di combinare insieme due o più identità e salvare sempre la pace sociale (il che conviene a tutti).
In altre parole, l’intercultura è una parola nuova per declinare la stessa antica solidarietà tra gli esseri umani.
Intercultura è stata la collezione di fotografie africane di mio nonno, gli uomini con le facce nere, le moschee, i dromedari. Intercultura è stata una canzone che cantavamo da ragazzini in chiesa: Di che colore è la pelle di Dio? È nera, bianca, gialla, rossa perché Lui ci vede uguale davanti a sé.
Intercultura sono stati i fumetti con cui sono cresciuto, Tex Willer, il capo bianco del popolo Navajo ed il suo pard Tiger Jack ed i libri di geografia con le loro immagini di genti e paesi diversi. Intercultura sono stati i miei libri: mi tornano alla mente le storie di Sandokan. Intercultura sono stati i tanti racconti di missionari che ho incontrato, uomini dispersi nelle regioni equatoriali, a lottare con la lebbra e ad innamorarsi di quelle culture e di quelle genti.
Intercultura sono stati i pomeriggi in cui un venditore ambulante lasciava a mio padre per un po’ le sue mercanzie e andava a mangiare un boccone e poi, al suo ritorno, i due chiacchieravano come si conoscessero da sempre. Intercultura è stata la passione per i dialetti e le ricerche etnografiche nelle terre italiane che ho ereditato dalla mia insegnante di lettere delle medie.
Intercultura è stata la simpatia per Mohammed Alì.
Sembrerebbe, l’intercultura, essere solo un’atmosfera fortunata che se ti capita sei a posto se no, pazienza. No.
Intercultura è stato fare una scelta civile, con la convinzione che gli uomini sono tutti uguali e cittadini dello stesso mondo, senza discriminazione di pelle, di cultura, di fede, di sesso, di censo, con la possibilità di convivere nella diversità, perchè il mondo è una casa abbastanza grande per tutti, per tutte le lingue, per tutti i dialetti, per tutte le cucine, per tutte le letterature, per tutte le religioni, per tutti i modi onesti di rappresentarsi e costruirsi la vita.
Oggi non si parla più molto d’intercultura, come se ne parlava una decina d’anni fa, quando sembrava d’aver trovato la chiave per risolvere i problemi della convivenza, che sarebbe stata futura, più che altro.
Oggi che la società italiana va diventando come si dice multietnica, multiculturale, multireligiosa, multitutto, per davvero, di intercultura non si parla più. Forse perché la si è realizzata? La sensazione immediata mi fa diffidare delle imitazioni. Complice il dibattito avvelenato sull’immigrazione, è cresciuta una realtà multiculturale ma non interculturale.
In generale, e nonostante il dibattito sull’immigrazione, la seconda generazione va assimilandosi più fortemente, grazie alle amicizie scolastiche o di quartiere e grazie al web, in quella marmellata culturale globalizzata che conosciamo, rispetto alla quale chi deve fare intercultura non sono più tanto i giovani del posto e quelli stranieri, ma piuttosto i genitori de-gli uni e degli altri rispetto a se stessi e ai propri figli.
Per sciogliere il bandolo della matassa ed essere operativi, però, qualcosa bisogna dire. Intercultura: istruzioni per l’uso.
In una società fortemente segnata dal narcisismo individuale e collettivo, parlare di intercultura è come far conoscere la vita dei marziani ai cacciatori di mammut dell’isola di Wrangler. I primi sono probabili, i secondi sono estinti.
Nella società dell’opinione, del soggettivismo spinto, del così-è-se-mi-pare, ogni dialogo, ogni intermezzo, ogni parola che sta in mezzo e crea relazione biunivoca sembra fantascienza, un optional che in tempi di crisi costa troppo.
La rappresentazione più corrente della vita è una partita a car-te: uno vince, l’altro perde. In questo contesto privato della normale attrazione reciproca tra diversi, siamo tutti votati a diventare omoculturali, cioè omogenei e convergenti sul noi-stessi-collettivo, dove ogni altro è un’immagine che rimanda debitamente il nostro e solo il nostro sembiante collettivo, co-me in uno specchio sociale o mediatico.
Sul piano teorico, l’intercultura è, invece, l’arte di confrontare diverse visioni del mondo e delle cose, un dizionario, semplicemente ricordando che non esiste un solo modo di concepire e dire il mondo e che, dunque, è logico che le molteplici modalità di comprendere l’esistente possano coesistere, mescolarsi, prestarsi valori e idee, convergendo verso una gestione comune dello spazio vitale, rispettosa delle differenze identitarie.
Come il dialogo è la possibilità di creare una condizione di futuro tra due o più persone, le quali non sono chiamate a fare salotto, ma a condividere l’essenziale della vita, se stessi, lo spazio, il tempo, le risorse e, dunque, a trovare soluzioni che possano soddisfare entrambi, così sul piano pratico, l’intercultura rappresenta l’arte di trovare soluzioni soddisfacenti per condividere un medesimo territorio ed una comune società, senza interferire con la cultura dell’altro, ma escogitando il modo di combinare insieme due o più identità e salvare sempre la pace sociale (il che conviene a tutti).
In altre parole, l’intercultura è una parola nuova per declinare la stessa antica solidarietà tra gli esseri umani.
del Prof. Vece
Time to ask - part1
In questo articolo verranno fatte alcune domande a una 18enne rumena, che frequenta questo istituto da poco tempo, relative alle differenze culturali tra questi due Paesi, Italia e Romania.
-Da quanto tempo vivi in Italia?
-Vivo in Italia da quasi 2 anni.
-Quali difficoltà hai affrontato inizialmente?
-Essendo venuta in Italia senza aver affatto studiato la lingua italiana (poiché sono dovuta venire qua improvvisamente), la maggiore difficoltà è stata il parlare la lingua stessa. Cosa che ha poi purtroppo avuto delle conseguenze anche nell’ambito relazionale. Nel senso: il non aver saputo parlare la lin-gua è stato un problema, ma ciò che più mi ha messo in difficoltà è stato, proprio per quanto riguarda questo aspetto, l’atteggiamento di determinate persone. Per esempio a scuola i compagni ridevano di me per qualsiasi cosa dicessi e per di più erano rari i momenti in cui mi aiutavano. Non posso però dire lo stesso dei miei professori che invece sono state delle persone davvero particolari.
Si tratta tuttavia di difficoltà ormai superate.
-Perché hai scelto questo indirizzo di studio?
-Mi piaceva. Semplicemente mi sembrava quello più adatto.
-Quali erano le tue aspettative una volta arrivata in Italia?
-Pensavo all’Italia come a un bel posto. Insomma, tutti sanno di questo Paese; si sanno i pregi, si sanno anche i difetti volendo. Mi aspettavo di trovare degli amici e di vivere una vita economicamente migliore. Sono però state tante le volte in cui effettivamente mi sono sentita fuori luogo e in questo senso avrei voluto che fosse stato diversamente.
-Perché avete scelto l’Italia? Ora come ora la scegliereste?
-Diciamo che è tutto un po’ relativo a una questione di tipo economica. I salari (la maggior parte) in Romania si può tranquillamente dire che fanno ridere (i motivi per cui sono bassi li lasciamo da parte perché sono tanti) per cui è sicuramente conveniente andare a cercare lavoro negli altri Paesi. Ora, che si tratti dell’Italia, della Spagna, della Francia, del Portogallo o di altri Paesi europei (fuori dall’Europa son molti di meno i rumeni emigrati. Su una popolazione complessiva di 22milioni sono circa 2milioni e mezzo i rumeni emigrati in Europa di cui 900mila si trovano in Italia) non fa tanta differenza (a noi, intendo).
E’ un bel Paese l’Italia. Lo sceglierei di nuovo se fosse necessario. Ma non vedo l’ora di tornare nel mio Paese…
-Raccontaci qualcosa del tuo Paese.
-Della Romania posso raccontare tante cose…
Che dire, i rumeni sono delle persone piacevoli, accoglienti (e questa calorosità mi è mancata tanto qui in Italia). Poi, così come in Italia ci sono tanti immigrati, (parlavamo prima di rumeni, ma ci sono anche tanti albanesi, marocchini, cinesi, ucraini, ecc.) così anche in Romania ci sono diverse etnie: ci sono ungheresi, rom, tedeschi, ucraini, russi, serbi.
Vivendo ormai in Italia ho notato una cosa, una differenza: qui ci sono parecchi atei. La Romania invece è un Paese in cui la religione ha una grande importanza (in Italia infatti so che i non credenti sono circa il 20% della popolazione, in Romania si tratta invece di una piccola percentuale). Ecco,anche questa è una cosa che un po’ mi manca.
-Quali sono tuoi piatti preferiti in Italia? E in Romania?
-Senz’altro mi piace la pizza. E non rinuncerei mai a un bel piatto di pasta. E una crostata fatta in casa, un tiramisù o un ciambellone me lo mangerei sempre.
In Romania invece alcuni dei piatti tipici sono: Ciorba, Mamaliga, Sarmale, Mici e Placinta. Poi abbiamo anche dolci tipici: Cozonac, Gogosi, Prajituri, Cremes, ecc.
-Ma che forma di governo avete in Romania?
-Beh, la Romania è una repubblica semipresidenziale (come la Francia).
-Descrivici un posto turistico tipico della Romania.
-Siccome ce ne sono davvero tanti, ne elencherò semplicemente alcuni, i miei preferiti. Personal-mente consiglierei: Râpa Roşie (Sebes), Plaja Gura Portitei, Baile Tusnad, Cheile Corcoaiei, Transfagarasanul, Moeciu, Valea Dragonului, oppure Pestera Ursilor o Pestera Scarisoara, ecc. oppure laghi come Lacul Caltun, Lac Avrig (muntii Fagaras), Lacul Bucura, Lacul Gâlcescu, Lacul Bâ-lea, Lacul Izvorul Muntelui, ecc. Per non parlare delle montagne…I Carpazi sono una cosa spettacolare: Muntii Apuseni, Muntii Retezat o Ceahlau. O semplicemente città come Orșova, Timisoara, Brasov, Sibiu, Cluj, Bucuresti, Iasi, Constanta.
Carmen Serban e Denisa Copil
-Da quanto tempo vivi in Italia?
-Vivo in Italia da quasi 2 anni.
-Quali difficoltà hai affrontato inizialmente?
-Essendo venuta in Italia senza aver affatto studiato la lingua italiana (poiché sono dovuta venire qua improvvisamente), la maggiore difficoltà è stata il parlare la lingua stessa. Cosa che ha poi purtroppo avuto delle conseguenze anche nell’ambito relazionale. Nel senso: il non aver saputo parlare la lin-gua è stato un problema, ma ciò che più mi ha messo in difficoltà è stato, proprio per quanto riguarda questo aspetto, l’atteggiamento di determinate persone. Per esempio a scuola i compagni ridevano di me per qualsiasi cosa dicessi e per di più erano rari i momenti in cui mi aiutavano. Non posso però dire lo stesso dei miei professori che invece sono state delle persone davvero particolari.
Si tratta tuttavia di difficoltà ormai superate.
-Perché hai scelto questo indirizzo di studio?
-Mi piaceva. Semplicemente mi sembrava quello più adatto.
-Quali erano le tue aspettative una volta arrivata in Italia?
-Pensavo all’Italia come a un bel posto. Insomma, tutti sanno di questo Paese; si sanno i pregi, si sanno anche i difetti volendo. Mi aspettavo di trovare degli amici e di vivere una vita economicamente migliore. Sono però state tante le volte in cui effettivamente mi sono sentita fuori luogo e in questo senso avrei voluto che fosse stato diversamente.
-Perché avete scelto l’Italia? Ora come ora la scegliereste?
-Diciamo che è tutto un po’ relativo a una questione di tipo economica. I salari (la maggior parte) in Romania si può tranquillamente dire che fanno ridere (i motivi per cui sono bassi li lasciamo da parte perché sono tanti) per cui è sicuramente conveniente andare a cercare lavoro negli altri Paesi. Ora, che si tratti dell’Italia, della Spagna, della Francia, del Portogallo o di altri Paesi europei (fuori dall’Europa son molti di meno i rumeni emigrati. Su una popolazione complessiva di 22milioni sono circa 2milioni e mezzo i rumeni emigrati in Europa di cui 900mila si trovano in Italia) non fa tanta differenza (a noi, intendo).
E’ un bel Paese l’Italia. Lo sceglierei di nuovo se fosse necessario. Ma non vedo l’ora di tornare nel mio Paese…
-Raccontaci qualcosa del tuo Paese.
-Della Romania posso raccontare tante cose…
Che dire, i rumeni sono delle persone piacevoli, accoglienti (e questa calorosità mi è mancata tanto qui in Italia). Poi, così come in Italia ci sono tanti immigrati, (parlavamo prima di rumeni, ma ci sono anche tanti albanesi, marocchini, cinesi, ucraini, ecc.) così anche in Romania ci sono diverse etnie: ci sono ungheresi, rom, tedeschi, ucraini, russi, serbi.
Vivendo ormai in Italia ho notato una cosa, una differenza: qui ci sono parecchi atei. La Romania invece è un Paese in cui la religione ha una grande importanza (in Italia infatti so che i non credenti sono circa il 20% della popolazione, in Romania si tratta invece di una piccola percentuale). Ecco,anche questa è una cosa che un po’ mi manca.
-Quali sono tuoi piatti preferiti in Italia? E in Romania?
-Senz’altro mi piace la pizza. E non rinuncerei mai a un bel piatto di pasta. E una crostata fatta in casa, un tiramisù o un ciambellone me lo mangerei sempre.
In Romania invece alcuni dei piatti tipici sono: Ciorba, Mamaliga, Sarmale, Mici e Placinta. Poi abbiamo anche dolci tipici: Cozonac, Gogosi, Prajituri, Cremes, ecc.
-Ma che forma di governo avete in Romania?
-Beh, la Romania è una repubblica semipresidenziale (come la Francia).
-Descrivici un posto turistico tipico della Romania.
-Siccome ce ne sono davvero tanti, ne elencherò semplicemente alcuni, i miei preferiti. Personal-mente consiglierei: Râpa Roşie (Sebes), Plaja Gura Portitei, Baile Tusnad, Cheile Corcoaiei, Transfagarasanul, Moeciu, Valea Dragonului, oppure Pestera Ursilor o Pestera Scarisoara, ecc. oppure laghi come Lacul Caltun, Lac Avrig (muntii Fagaras), Lacul Bucura, Lacul Gâlcescu, Lacul Bâ-lea, Lacul Izvorul Muntelui, ecc. Per non parlare delle montagne…I Carpazi sono una cosa spettacolare: Muntii Apuseni, Muntii Retezat o Ceahlau. O semplicemente città come Orșova, Timisoara, Brasov, Sibiu, Cluj, Bucuresti, Iasi, Constanta.
Carmen Serban e Denisa Copil
Nonsolorime
Nascita nell'accampamento
Son nato tra le vecchie tende,
in mezzo al vociare degli Zingari
che narrano al lume di luna
la favola d' un bianco paese lontano.
Son nato nella miseria, tra i campi
lungo il Beli Vit, sotto i piangenti salici,
dove l'angoscia trivella i cuori
e la fame pesa nella bisaccia della farina.
Son nato in un giorno triste d'autunno,
lungo la strada avvolta nella nebbia,
dove il bisogno piange assieme ai più piccini
e il dolore stilla terso tra le ciglia.
Son nato, e la mia madre moriva.
Il vecchio padre mi lavò nel fiume:
per questo è forte oggi il mio corpo
ed il sangue mi scorre dentro impetuoso.
di Usin Kerim, rom
Prigione
Vivere una sola vita
in una sola città,
in un solo Paese,
in un solo universo,
vivere in un solo mondo
è prigione.
Amare un solo amico,
un solo padre,
una sola madre,
una sola famiglia
amare una sola persona
è prigione.
Conoscere una sola lingua,
un solo lavoro,
un solo costume,
una sola civiltà
conoscere una sola logica
è prigione.
Avere un solo corpo.
un solo pensiero,
una sola conoscenza
un sola essenza
avere un solo essere
è prigione.
di Alessandro Valentino
Son nato tra le vecchie tende,
in mezzo al vociare degli Zingari
che narrano al lume di luna
la favola d' un bianco paese lontano.
Son nato nella miseria, tra i campi
lungo il Beli Vit, sotto i piangenti salici,
dove l'angoscia trivella i cuori
e la fame pesa nella bisaccia della farina.
Son nato in un giorno triste d'autunno,
lungo la strada avvolta nella nebbia,
dove il bisogno piange assieme ai più piccini
e il dolore stilla terso tra le ciglia.
Son nato, e la mia madre moriva.
Il vecchio padre mi lavò nel fiume:
per questo è forte oggi il mio corpo
ed il sangue mi scorre dentro impetuoso.
di Usin Kerim, rom
Prigione
Vivere una sola vita
in una sola città,
in un solo Paese,
in un solo universo,
vivere in un solo mondo
è prigione.
Amare un solo amico,
un solo padre,
una sola madre,
una sola famiglia
amare una sola persona
è prigione.
Conoscere una sola lingua,
un solo lavoro,
un solo costume,
una sola civiltà
conoscere una sola logica
è prigione.
Avere un solo corpo.
un solo pensiero,
una sola conoscenza
un sola essenza
avere un solo essere
è prigione.
di Alessandro Valentino
Tv1mdb
“Finalmente quel grosso uovo si ruppe. «Pip, pip» esclamò la creatura e uscì: era molto grande e brutta. L'ana-tra la osservò. «È un anatroccolo esageratamente grosso!» disse. «Nessuno degli altri è come lui! Purché non sia un piccolo di tacchina! Bene, lo scopriremo presto…»…
In una nidiata di anatroccoli, uno è grigio, grande e goffo. Sebbene la madre cerchi di accettarlo, tutti continuano a deriderlo e a farlo sentire fuori luogo; tanto che alla fine il piccolo decide di fuggire. L'anatroccolo vaga senza meta, e non trova nessuno che lo voglia. Con l’arrivo dell'inverno, rischia di morire congelato. Tuttavia sopravvive e un giorno giunge presso uno stagno dove nuotano un gruppo di splendidi cigni. Attratto dalla loro bellezza, si avvicina e rimane sorpreso quando le splendide creature gli danno il benvenuto e lo accettano. Guardando il proprio riflesso nell'acqua, il piccolo si accorge finalmente di essere un cigno.”…
Da “Il brutto anatroccolo” di Hans Christian Andersen.
“Non c’è cosa più stupida di generalizzare e vivere nel pregiudizio. Forse bisognerebbe cominciare a distinguere i “cattivi” non in base al colore della pelle, alla religione, al paese d’origine ecc, ma in base ai comportamenti.” …
Quello che voglio dire io è: da un lato è vero che una “diversità” effettivamente esiste in questo mondo, eviden-temente, d’altronde esistono 195 Stati, per non parlare di tutte le diverse idee, i diversi pensieri, i diversi modi di fare. Dall’altro bisogna però imparare a gestirla questa diversità. E gestire = capire il significato della tolleranza. Anzi ci vorrebbe qualcosa di più della tolleranza: il rispetto. Rispetto della diversità.
Riflettete e non giudicate! Riflettete sul significato del rispetto!
Abbasso il razzismo e ogni altra forma di odio.
Peace!
di Denisa Copil
In una nidiata di anatroccoli, uno è grigio, grande e goffo. Sebbene la madre cerchi di accettarlo, tutti continuano a deriderlo e a farlo sentire fuori luogo; tanto che alla fine il piccolo decide di fuggire. L'anatroccolo vaga senza meta, e non trova nessuno che lo voglia. Con l’arrivo dell'inverno, rischia di morire congelato. Tuttavia sopravvive e un giorno giunge presso uno stagno dove nuotano un gruppo di splendidi cigni. Attratto dalla loro bellezza, si avvicina e rimane sorpreso quando le splendide creature gli danno il benvenuto e lo accettano. Guardando il proprio riflesso nell'acqua, il piccolo si accorge finalmente di essere un cigno.”…
Da “Il brutto anatroccolo” di Hans Christian Andersen.
“Non c’è cosa più stupida di generalizzare e vivere nel pregiudizio. Forse bisognerebbe cominciare a distinguere i “cattivi” non in base al colore della pelle, alla religione, al paese d’origine ecc, ma in base ai comportamenti.” …
Quello che voglio dire io è: da un lato è vero che una “diversità” effettivamente esiste in questo mondo, eviden-temente, d’altronde esistono 195 Stati, per non parlare di tutte le diverse idee, i diversi pensieri, i diversi modi di fare. Dall’altro bisogna però imparare a gestirla questa diversità. E gestire = capire il significato della tolleranza. Anzi ci vorrebbe qualcosa di più della tolleranza: il rispetto. Rispetto della diversità.
Riflettete e non giudicate! Riflettete sul significato del rispetto!
Abbasso il razzismo e ogni altra forma di odio.
Peace!
di Denisa Copil
La sentinella
Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame e freddo ed era lontano cinquantamila anni-luce da casa.
Un sole straniero dava una gelida luce azzurra e la gravità, doppia di quella cui era abituato, faceva d'ogni movimento una agonia di fatica.
Ma dopo decine di migliaia d'anni quest'angolo di guerra non era cambiato. Era comodo per quelli dell'aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro superarmi; ma quando si arrivava al dunque, toccava ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere posizione e tenerla, col sangue, palmo a palmo. Come questo fottuto pianeta di una stella mai sentita nominare finché non ce lo avevano sbarcato. E adesso era suolo sacro perché c'era arrivato anche il nemico. Il nemico, l’unica altra razza intelligente della Galassia crudeli, schifosi, ripugnanti mostri.
Il primo contatto era avvenuto vicino al centro della Galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti; ed era stata la guerra, subito; quelli avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica.
E adesso, pianeta per pianeta, bisognava combattere, coi denti e con le unghie.
Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame e freddo, e il giorno era livido e spazzato da un vento vio-lento che gli faceva male agli occhi. Ma i nemici tentavano d'infiltrarsi e ogni avamposto era vitale.
Stava all'erta, il fucile pronto. Lontano cinquantamila anni-luce dalla patria, a combattere su un mondo straniero e a chiedersi se ce l'avrebbe mai fatta a riportare a casa la pelle.
E allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante, che tutti loro facevano, poi non si mosse più.
Il verso e la vista del cadavere lo fecero rabbrividire. Molti, col passare del tempo, s'erano abituati, non ci facevano più caso; ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d'un bianco nauseante, e senza squame.
di Fredric Brown
Brown è un autore capace non soltanto di sorprendere ma anche di osservare la realtà (ed il fantastico per giunta, se è per questo) da angolazioni insospettabili ed imprevedibili. Chissà che in un futuro non troppo lontano avremo da confrontarci con culture ben diverse da quelle terrestri…e allora questo racconto potrebbe essere un utile vademecum.
Un sole straniero dava una gelida luce azzurra e la gravità, doppia di quella cui era abituato, faceva d'ogni movimento una agonia di fatica.
Ma dopo decine di migliaia d'anni quest'angolo di guerra non era cambiato. Era comodo per quelli dell'aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro superarmi; ma quando si arrivava al dunque, toccava ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere posizione e tenerla, col sangue, palmo a palmo. Come questo fottuto pianeta di una stella mai sentita nominare finché non ce lo avevano sbarcato. E adesso era suolo sacro perché c'era arrivato anche il nemico. Il nemico, l’unica altra razza intelligente della Galassia crudeli, schifosi, ripugnanti mostri.
Il primo contatto era avvenuto vicino al centro della Galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti; ed era stata la guerra, subito; quelli avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica.
E adesso, pianeta per pianeta, bisognava combattere, coi denti e con le unghie.
Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame e freddo, e il giorno era livido e spazzato da un vento vio-lento che gli faceva male agli occhi. Ma i nemici tentavano d'infiltrarsi e ogni avamposto era vitale.
Stava all'erta, il fucile pronto. Lontano cinquantamila anni-luce dalla patria, a combattere su un mondo straniero e a chiedersi se ce l'avrebbe mai fatta a riportare a casa la pelle.
E allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante, che tutti loro facevano, poi non si mosse più.
Il verso e la vista del cadavere lo fecero rabbrividire. Molti, col passare del tempo, s'erano abituati, non ci facevano più caso; ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d'un bianco nauseante, e senza squame.
di Fredric Brown
Brown è un autore capace non soltanto di sorprendere ma anche di osservare la realtà (ed il fantastico per giunta, se è per questo) da angolazioni insospettabili ed imprevedibili. Chissà che in un futuro non troppo lontano avremo da confrontarci con culture ben diverse da quelle terrestri…e allora questo racconto potrebbe essere un utile vademecum.
La Pasqua rumena
La Pasqua in Romania si festeggia quasi sempre una settimana prima o una settimana dopo la Pasqua cattolica, e ciò è dovuto al calendario che segue la Chiesa ortodossa. In teoria durante i 40 giorni precedenti si dovrebbe seguire una dieta povera, priva di carne e prodotti animali (ma non tutti la fanno). Il Giovedì Santo è per i rumeni il giorno dei morti. In questo giorno si portano in chiesa dolci fatti con farina o con grano bollito ricoperto di zucchero e noci, del vino e della frutta, che sono offerti in memoria dei morti e distribuiti ai vecchi e ai poveri. Si va in chiesa tutte le sere della "settimana santa", il venerdì per esempio si chiama "vinerea mare", cioè il “venerdì grande” , ed e' un giorno speciale perché la gente fa astinenza totale da cibo, alcol, parole e pensieri negativi, ecc, si prega e ci si va a confessare. Verso le 17:00 in chiesa si pone davanti alla Croce un tavolo molto alto, in modo che vi si possa passare sotto. Sul tavolo si mette l’epitaffio, un pezzo di stoffa che porta ricamato o dipinto il seppellimento di Cristo, e i fedeli, recandosi in chiesa, portano fiori a Cristo e ai loro morti, passando per tre volte sotto il tavolo sul quale è sistemato l’epitaffio. La sera si svolge il canto Prohod, una cerimonia affascinante alla quale partecipa tutto il paese , diviso in gruppi che seguono il cammino della Croce. Il sabato mattina donne e bambini fanno la Comunione, mentre gli uomini intervengono alla messa di mezzanotte portando in chiesa un gallo bianco e uova colorate. Il sabato notte c'è la messa di "Inviere", cioè si celebra la risurrezione di Cristo: a mezzanotte si spengono le luci ed il prete porta una candela a tutti poi si va fuori e si fa tre volte il giro della chiesa con le candele accese e le bandiere della chiesa come in una processio-ne, poi si torna dentro e si continua la messa fino a notte fonda. La domenica si fa la messa a mezzogiorno poi vanno tutti a mangiare il pranzo pasquale essendo una tradizione molto importante. Non devono mancare le uova rosse/colorate (le uova si colorano in casa). Al giorno d’oggi si usano i coloranti in commercio, ma la gente continua ancora a colorare le uova con coloranti naturali “domestici”. Uno dei modi più diffusi è il seguente: si ritagliano delle sagome di carta bianca ad immagine di croce, colomba, forme geometriche decorative, che vengono bagnate e appiccicate all’uovo. Le uova vengono poi ricoperte dalla buccia di cipolla e legate per bene con un filo di cotone, quindi vengono messe a bollire finché non diventino ben sode. Una volta raffreddate si toglie tutta la “copertura” che serviva per colorare il guscio. Ed infatti l’uovo ha assunto adesso un piacevole colore marroncino e l'agnello! Poi ci sono antipasti come insalata russa o di patate o melanzane e vari stuzzichi-ni, primi come tagliolini in brodo oppure minestrone con carne, secondi come "sarmale" (involtini di verza fermentata ripieni con carne macinata, pancetta, riso e spezie, il tutto lasciato a bollire per ore), carne di maiale al forno o impanata, patate, salsicce fritte, pesce, polenta, pollo arrosto, poi alcol, bevande e dolci in grande quantità. Il saluto che ci si scambia dal primo giorno di Pasqua fino all’Ascensione è un’espressione di giubilo: “ Cristo è risorto”; “ E’ vero che è risorto”.
di Giorgia Stefanuscu
Più cultura, meno paura!
Perdonate l’irruenza, ma ci vuole. Personalmente non sono stanco di ribadire il concetto di “tolleranza” e di “convivenza”, parole chiave in un contesto di multietnicità e multiculturalismo. Mi rendo conto che le parole spese a riguardo sono tante e sono destinate ad aumentare ma non posso starmene in silenzio d’innanzi al continuo squallore che vedo, giorno dopo giorno. Ogni giorno vedo persone che vengono giudicate per il colore della pelle, per la lingua, per la religione o, più semplicemente, per un pensiero diverso. Già, “diverso”. Mi domando se anche voi, gentili lettori, vi siete mai soffermati anche solo per un secondo a riflettere su quanto impropriamente utilizziamo questa parola. Diverso non è chi pensa in un modo che va contro il tuo. Diverso non è chi crede in un Dio che non è il tuo, come non lo è chi non parla la tua stessa lingua. Diverso non è chi ha gusti diversi dai tuoi. Diverso non è chi non ha il tuo stesso colore della pelle, non lo è chi mangia cibo diverso dal tuo. Visto che ci sono e considerato il fatto che “razzismo” e “ razza” sono parole che ormai sentiamo tutti i giorni mi sento di dire che la “razza”(e le virgolette sono più che intenzionali) è solo una: quella umana.
Mi voglio soffermare un momento su una parola che ho già utilizzato sopra: multietnicità. Cos’è esattamente una “Società multietnica”? In genere quando parliamo di società multietnica ci stiamo riferendo ad un ambiente costituito da numerose e diverse etnie integrate tra loro. Ecco un’altra parola importante: integrazione. E’ proprio perché l’uomo si rifiuta di integrare e di integrarsi che sorgono i numerosi conflitti e problemi che caratterizzano la nostra società da sempre, questo perché la convivenza di più etnie in uno stesso ambiente sociale le mette, inevitabilmente, a confronto. Che caso, abbiamo un’altra parola importante qui. Il problema più evidente e grave è proprio la nostra scarsa voglia di confrontarci, di conoscerci, di scoprirci. Amici miei, sono sicuro che a nessuno di noi manca la curiosità di scoprire una cultura diversa ma so bene, invece, che a quasi tutti (e meno male che si salva qualcuno) manca il coraggio di azzittire i pregiudizi. Il pregiudizio del colore della pelle, ad esempio, è uno di quelli che proprio non capisco. Come può influire sulla qualità di una persona il colore della pelle? Come può cambiare, agli occhi di chi guarda, la percezione del modo di essere di un individuo solo perché ha la pelle più scura o più chiara? Non so davvero darmi risposta.
Vi siete mai chiesti come può sentirsi una persona di una qualsiasi etnia diversa dalla vostra davanti alle continue critiche, infondate, che riceve? Come si sente il marocchino quando viene disprezzato? Come si sente il colombiano quando viene respinto ed escluso solo per il suo colore scuro? Non credo che nessuno di noi possa realmente essere in grado di immaginare cosa significhi non poter integrarsi in un contesto sociale. La realtà di tutti i giorni è quella che, seppur non sempre in maniera incisiva, caratterizza lo scenario della nostra esistenza, dona uno sfondo agli avvenimenti di ogni giorno. Non essere apprezzato o non riuscire ad integrarsi in una società rende la vita uno spiacevole susseguirsi di eventi, una routine stancante e dolorosa. Nelle nostre belle società “moderne” la discriminazione delle etnie immigranti è sempre maggiore, la stessa Francia, paese multietnico da anni, nel programma scolastico non prevede lo studio della lingua di origine degli immigranti. Generalmente potrebbe essere interpretata come “comprensibile” una scelta del genere ma in Francia, in seguito alle grandi colonizzazioni, sono presenti più etnie, e di conseguenza più culture, che andrebbero tutelate e salvaguardate. Ngana Njock Yogo, poeta africano, in una sua poesia intitolata “Straniero” critica la non curanza della cultura delle etnie entranti e parla dello “straniero”, rimarca che l’Europa “moderna” ha creato e che continua ad alimentare con squallide manifestazioni di razzismo ed indifferenza (cit. “Imparammo per forza a vivere come lo straniero, a pensare come lo straniero, a morire come lo straniero.).
A livelli più elevati di non tolleranza e di disprezzo del “diverso” (è più forte di me, devo mettere le virgolette) si arriva a conflitti, guerre, scontri ed a violenze di ogni tipo. Scenari del genere fanno parte della realtà mondiale da sempre, le guerre razziali sono sempre esistite e, purtroppo, di questo passo esisteranno per sempre. Un poeta camerunense di nome Césaire, testimone di scontri razziali di ogni tipo, scrive di quanto ogni pregiudizio non conti più niente nel momento in cui scorre del sangue. Nella sua poesia “Il sangue” parla dell’inutilità dei conflitti razziali in questo modo: ”Il sangue non è indio, polinesiano o inglese. Il sangue non è ricco, povero o benestante. Il sangue è rosso. Disumano è chi lo versa”.
Spero di aver premuto abbastanza sul vostro stomaco, cari lettori, perché una situazione del genere non è più sostenibile. Io personalmente (anche se, fidatevi, siamo in tanti) sono davvero stufo di assistere nel 2012 a scene di razzismo e di discriminazione razziale e sessuale. Dopo due guerre mondiali, disastri razziali e continue ed attuali lotte generate ed alimentate dai pregiudizi e dalla incapacità di collaborare trovo inammissibile che esista ancora chi giudica le persone per la propria origine. L’acquisizione di una cultura, attraverso lo studio e la conoscenza della storia e della letteratura, attraverso un confronto e mediante l’incontro di chi ha usi e costumi diversi dai nostri è l’unico modo che l’umanità possiede per progredire e persistere. Per questo motivo ho fatto del titolo di questo articolo una sorta di filosofia di vita da applicare in ogni contesto e da seguire sempre. Concludo lasciandovi alla lettura di alcuni versi scritti da uno degli autori sopracitati, possano invitarvi ulteriormente a riflettere.
di Alessandro Valentino
Mi voglio soffermare un momento su una parola che ho già utilizzato sopra: multietnicità. Cos’è esattamente una “Società multietnica”? In genere quando parliamo di società multietnica ci stiamo riferendo ad un ambiente costituito da numerose e diverse etnie integrate tra loro. Ecco un’altra parola importante: integrazione. E’ proprio perché l’uomo si rifiuta di integrare e di integrarsi che sorgono i numerosi conflitti e problemi che caratterizzano la nostra società da sempre, questo perché la convivenza di più etnie in uno stesso ambiente sociale le mette, inevitabilmente, a confronto. Che caso, abbiamo un’altra parola importante qui. Il problema più evidente e grave è proprio la nostra scarsa voglia di confrontarci, di conoscerci, di scoprirci. Amici miei, sono sicuro che a nessuno di noi manca la curiosità di scoprire una cultura diversa ma so bene, invece, che a quasi tutti (e meno male che si salva qualcuno) manca il coraggio di azzittire i pregiudizi. Il pregiudizio del colore della pelle, ad esempio, è uno di quelli che proprio non capisco. Come può influire sulla qualità di una persona il colore della pelle? Come può cambiare, agli occhi di chi guarda, la percezione del modo di essere di un individuo solo perché ha la pelle più scura o più chiara? Non so davvero darmi risposta.
Vi siete mai chiesti come può sentirsi una persona di una qualsiasi etnia diversa dalla vostra davanti alle continue critiche, infondate, che riceve? Come si sente il marocchino quando viene disprezzato? Come si sente il colombiano quando viene respinto ed escluso solo per il suo colore scuro? Non credo che nessuno di noi possa realmente essere in grado di immaginare cosa significhi non poter integrarsi in un contesto sociale. La realtà di tutti i giorni è quella che, seppur non sempre in maniera incisiva, caratterizza lo scenario della nostra esistenza, dona uno sfondo agli avvenimenti di ogni giorno. Non essere apprezzato o non riuscire ad integrarsi in una società rende la vita uno spiacevole susseguirsi di eventi, una routine stancante e dolorosa. Nelle nostre belle società “moderne” la discriminazione delle etnie immigranti è sempre maggiore, la stessa Francia, paese multietnico da anni, nel programma scolastico non prevede lo studio della lingua di origine degli immigranti. Generalmente potrebbe essere interpretata come “comprensibile” una scelta del genere ma in Francia, in seguito alle grandi colonizzazioni, sono presenti più etnie, e di conseguenza più culture, che andrebbero tutelate e salvaguardate. Ngana Njock Yogo, poeta africano, in una sua poesia intitolata “Straniero” critica la non curanza della cultura delle etnie entranti e parla dello “straniero”, rimarca che l’Europa “moderna” ha creato e che continua ad alimentare con squallide manifestazioni di razzismo ed indifferenza (cit. “Imparammo per forza a vivere come lo straniero, a pensare come lo straniero, a morire come lo straniero.).
A livelli più elevati di non tolleranza e di disprezzo del “diverso” (è più forte di me, devo mettere le virgolette) si arriva a conflitti, guerre, scontri ed a violenze di ogni tipo. Scenari del genere fanno parte della realtà mondiale da sempre, le guerre razziali sono sempre esistite e, purtroppo, di questo passo esisteranno per sempre. Un poeta camerunense di nome Césaire, testimone di scontri razziali di ogni tipo, scrive di quanto ogni pregiudizio non conti più niente nel momento in cui scorre del sangue. Nella sua poesia “Il sangue” parla dell’inutilità dei conflitti razziali in questo modo: ”Il sangue non è indio, polinesiano o inglese. Il sangue non è ricco, povero o benestante. Il sangue è rosso. Disumano è chi lo versa”.
Spero di aver premuto abbastanza sul vostro stomaco, cari lettori, perché una situazione del genere non è più sostenibile. Io personalmente (anche se, fidatevi, siamo in tanti) sono davvero stufo di assistere nel 2012 a scene di razzismo e di discriminazione razziale e sessuale. Dopo due guerre mondiali, disastri razziali e continue ed attuali lotte generate ed alimentate dai pregiudizi e dalla incapacità di collaborare trovo inammissibile che esista ancora chi giudica le persone per la propria origine. L’acquisizione di una cultura, attraverso lo studio e la conoscenza della storia e della letteratura, attraverso un confronto e mediante l’incontro di chi ha usi e costumi diversi dai nostri è l’unico modo che l’umanità possiede per progredire e persistere. Per questo motivo ho fatto del titolo di questo articolo una sorta di filosofia di vita da applicare in ogni contesto e da seguire sempre. Concludo lasciandovi alla lettura di alcuni versi scritti da uno degli autori sopracitati, possano invitarvi ulteriormente a riflettere.
di Alessandro Valentino
Nonsolorime
Oricat de mult am suferit
Oricat de mult am suferit
In lunga-nstrainare,
Pururi in visu-mi te-am zarit
Cu luna, pe valuri de mare.
Pe marea trista te-am catat
Cu departate maluri
Si numai tu te-ai aratat
Pe mare, cu luna, din valuri.
Tu numai dulce imi rasai
Si blanda-ntotdeuna,
Cu al tau dulce chip balai
Din valuri de mare, cu luna.
Per quanto avessi a soffrire
Per quanto avessi a soffrire
Nel lungo straniare,
Nel sogno ti ho sempre vista
Con luna, sull'onde del mare.
Sul cupo mare ti ho cercato
Dalle lontane sponde
E solo tu ti sei mostrata
Sul mare, con luna, dall'onde.
Sempre il tuo dolce volto
E blando per me spunta,
Il tuo aspetto biondeggiante
Dall'onde del mare, con luna.
di Mihai Eminescu
grande poeta rumeno
Mai am un singur dor
Mai am un singur dor
În liniștea serii
Să mă lăsați să mor
La marginea mării;
Să-mi fie somnul lin
Și codrul aproape,
Pe-ntinsele ape
Să am un cer senin.
Nu-mi trebuie flamuri,
Nu voi sicriu bogat,
Ci-mi împletiți un pat
Din tinere ramuri.
Și nime-n urma mea
Nu-mi plângă la creștet,
Doar toamna glas să dea
Frunzișului veșted.
Pe când cu zgomot cad
Isvoarele-ntr-una,
Alunece luna
Prin vârfuri lungi de brad.
Pătrunză talanga
Al serii rece vânt,
Deasupră-mi teiul sfânt,
Să-și scuture creanga.
Cum n-oi mai fi pribeag
De-atunci înainte,
M-or troieni cu drag
Aduceri aminte.
Luceferi, ce răsar
Din umbră de cetini,
Fiindu-mi prietini,
O să-mi zâmbească iar.
Va geme de patemi
Al mării aspru cânt...
Ci eu voi fi pământ
În singurătate-mi.
Un ultimo desiderio
Ho un solo desiderio,
Nel silenzio della notte
Lasciatemi morire
Al margine del mare;
Un sonno dolce avrò
Il bosco vicino,
Sulle distese acque
Mi sia il cielo sereno.
Non voglio bandiere,
Nè una bara ricca,
Fatemi solo un letto
Di teneri ramicelli.
E dietro a me nessuno
Mi pianga al capo,
Solo l'autunno deve dare voce
Alle foglie morte.
E quando con rumore scorre
Il fiumicello continuamente,
Scivola anche la luna
Dentro gli aghi dell'abete.
Pervada il sonaglio
Il vento che annotta,
Su me il tiglio santo ,
Si spogli la fronda.
Quando non sarò più vagabondo
Da allora in poi,
Mi accarezzeranno con amore
Pensieri lontani.
Stelle che scorgono
Dall'ombra del cedro,
Essendomi amiche,
Mi sorridono ancora.
Piange dal dolore
Il canto del mare
Che io sarò polvere...
di Mihai Eminescu
grande poeta rumeno
Oricat de mult am suferit
In lunga-nstrainare,
Pururi in visu-mi te-am zarit
Cu luna, pe valuri de mare.
Pe marea trista te-am catat
Cu departate maluri
Si numai tu te-ai aratat
Pe mare, cu luna, din valuri.
Tu numai dulce imi rasai
Si blanda-ntotdeuna,
Cu al tau dulce chip balai
Din valuri de mare, cu luna.
Per quanto avessi a soffrire
Per quanto avessi a soffrire
Nel lungo straniare,
Nel sogno ti ho sempre vista
Con luna, sull'onde del mare.
Sul cupo mare ti ho cercato
Dalle lontane sponde
E solo tu ti sei mostrata
Sul mare, con luna, dall'onde.
Sempre il tuo dolce volto
E blando per me spunta,
Il tuo aspetto biondeggiante
Dall'onde del mare, con luna.
di Mihai Eminescu
grande poeta rumeno
Mai am un singur dor
Mai am un singur dor
În liniștea serii
Să mă lăsați să mor
La marginea mării;
Să-mi fie somnul lin
Și codrul aproape,
Pe-ntinsele ape
Să am un cer senin.
Nu-mi trebuie flamuri,
Nu voi sicriu bogat,
Ci-mi împletiți un pat
Din tinere ramuri.
Și nime-n urma mea
Nu-mi plângă la creștet,
Doar toamna glas să dea
Frunzișului veșted.
Pe când cu zgomot cad
Isvoarele-ntr-una,
Alunece luna
Prin vârfuri lungi de brad.
Pătrunză talanga
Al serii rece vânt,
Deasupră-mi teiul sfânt,
Să-și scuture creanga.
Cum n-oi mai fi pribeag
De-atunci înainte,
M-or troieni cu drag
Aduceri aminte.
Luceferi, ce răsar
Din umbră de cetini,
Fiindu-mi prietini,
O să-mi zâmbească iar.
Va geme de patemi
Al mării aspru cânt...
Ci eu voi fi pământ
În singurătate-mi.
Un ultimo desiderio
Ho un solo desiderio,
Nel silenzio della notte
Lasciatemi morire
Al margine del mare;
Un sonno dolce avrò
Il bosco vicino,
Sulle distese acque
Mi sia il cielo sereno.
Non voglio bandiere,
Nè una bara ricca,
Fatemi solo un letto
Di teneri ramicelli.
E dietro a me nessuno
Mi pianga al capo,
Solo l'autunno deve dare voce
Alle foglie morte.
E quando con rumore scorre
Il fiumicello continuamente,
Scivola anche la luna
Dentro gli aghi dell'abete.
Pervada il sonaglio
Il vento che annotta,
Su me il tiglio santo ,
Si spogli la fronda.
Quando non sarò più vagabondo
Da allora in poi,
Mi accarezzeranno con amore
Pensieri lontani.
Stelle che scorgono
Dall'ombra del cedro,
Essendomi amiche,
Mi sorridono ancora.
Piange dal dolore
Il canto del mare
Che io sarò polvere...
di Mihai Eminescu
grande poeta rumeno
L'intercultura non è una parola, ma un bisogno di conoscenza e libertà
Mi rivolgo a voi, ragazzi…
per invitarvi ad essere come le rondini che annunciano inesorabilmente la Primavera.
Sciamano da nord a sud, da est a ovest, dai paesi freddi ai paesi caldi.
Si capovolgono gioiose negli azzurri celestiali, piroettano come esperti giocolieri tra le nuvole, dipingono le volte di scarabocchi infantili; se fossero umani urlerebbero l’infinito, la libertà, il diritto alla gioia, il diritto allo spazio.
Noi non possiamo volare se non con i pensieri, che - “esuli” - migrano verso terre sconosciute e con la dolcezza del senti-mento naufragano alla scoperta di dimensioni inconsce.
Le sinapsi accese del nostro cervello ci rappresentano un mondo di incontri umani indipendentemente dal colore della pelle, dal paese da cui provengono, dal livello culturale, dalle fattezze umane.
L’accoglienza o il desiderio di essere accolti è una componente antropologica inconscia, perché corrisponde alla nostra volontà di conoscere il mondo attraverso gli altri. E’ l’estensione del nostro desiderio di conoscere attraverso l’amore. E’ il modo tipico attraverso cui gli altri ci diventano familiari e non li perdiamo.
Conoscenza come investimento sessuale sulla realtà, conservazione degli altri attraverso la memoria delle esperienze affettive vissute, progresso culturale e arricchimento (artistico o economico) attraverso l’abbattimento di barriere ideologiche ataviche e mortificanti.
Mi rivolgo a voi, ragazzi…
perché non pensiate di conoscere il mondo racchiudendolo in un computer. La nuova “prigione” multimediale non vi porterà lontano.
Piuttosto: abbracciate il mondo attraverso il rapporto con gli altri, lo studio delle loro lingue e tradizioni.
Viaggiate e nutritevi di conoscenza…
Uscite dal ghetto del vostro quartiere per essere cittadini del mondo…
Amate le donne e gli uomini per quello che valgono non per il colore della pelle, per la lingua, la religione o la nazione a cui appartengono.
L’intercultura
è solo una parola se gli esseri umani non ricordano che
gli uomini sono tutti uguali,
che tutti devono avere le stesse opportunità,
che il diritto a cambiare il proprio destino è insito in ogni uomo,
che le leggi del mercato non possono comprare la mano d’opera a basso costo di uomini meno fortunati.
E’ l’ideologia postcapitalista, mascherata di razionalità, che crea il razzismo e, in nome di palesi interessi, costringe gli uomini al fanatismo, agli odi, alla separazioni, alla violenza, alle guerre.
Noi piuttosto affermiamo i diritti della persona umana, perché sono diritti inconsci di sanità, che nascono dal desiderio profondo di vitalità, di amore e di giustizia.
La confusione delle lingue non è naturale e l’Arca di Noè è oggi metafora di nuove speranze e prospettive.
In quest’Arca saliranno finalmente tutti coloro che vorranno cambiare il loro destino sfortunato e non dovranno più morire nei mari di Mazaro del Vallo, di Lampedusa o finire relegati nei ghetti-carceri di Crotone o di Rossano Calabro.
Io, ragazzi, che sono stato felice di dirigervi per cinque anni, mi auguro di incontrarvi in questa nuova Arca, dove potremo finalmente intonare un nuovo “Inno alla gioia” e aver finalmente ritrovato la “Parola” che unisce e non divide, che costruisce e non abbatte, che indichi “la conoscenza de l’universo infinito “ dopo aver abbattuto “ le adamantine muraglie del primo ed ultimo convesso “ e dopo aver distrutto l’onnipotenza di credersi “unico e propriamente centro di questa terra” (Giordano Bruno).
Il Dirigente Scolastico
Prof. Nicola Comberiati
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