Un amico e collega carissimo diceva che l’intercultura è la capacità di capirsi tra nonni e nipoti. Oggi le distanze si sono allungate anche tra genitori e figli.
Cos’è l’intercultura? Per quel che mi riguarda, penso che sia una corrente d’acqua fresca nella quale ho sempre nuotato.
Intercultura è stata la collezione di fotografie africane di mio nonno, gli uomini con le facce nere, le moschee, i dromedari. Intercultura è stata una canzone che cantavamo da ragazzini in chiesa: Di che colore è la pelle di Dio? È nera, bianca, gialla, rossa perché Lui ci vede uguale davanti a sé.
Intercultura sono stati i fumetti con cui sono cresciuto, Tex Willer, il capo bianco del popolo Navajo ed il suo pard Tiger Jack ed i libri di geografia con le loro immagini di genti e paesi diversi. Intercultura sono stati i miei libri: mi tornano alla mente le storie di Sandokan. Intercultura sono stati i tanti racconti di missionari che ho incontrato, uomini dispersi nelle regioni equatoriali, a lottare con la lebbra e ad innamorarsi di quelle culture e di quelle genti.
Intercultura sono stati i pomeriggi in cui un venditore ambulante lasciava a mio padre per un po’ le sue mercanzie e andava a mangiare un boccone e poi, al suo ritorno, i due chiacchieravano come si conoscessero da sempre. Intercultura è stata la passione per i dialetti e le ricerche etnografiche nelle terre italiane che ho ereditato dalla mia insegnante di lettere delle medie.
Intercultura è stata la simpatia per Mohammed Alì.
Sembrerebbe, l’intercultura, essere solo un’atmosfera fortunata che se ti capita sei a posto se no, pazienza. No.
Intercultura è stato fare una scelta civile, con la convinzione che gli uomini sono tutti uguali e cittadini dello stesso mondo, senza discriminazione di pelle, di cultura, di fede, di sesso, di censo, con la possibilità di convivere nella diversità, perchè il mondo è una casa abbastanza grande per tutti, per tutte le lingue, per tutti i dialetti, per tutte le cucine, per tutte le letterature, per tutte le religioni, per tutti i modi onesti di rappresentarsi e costruirsi la vita.
Oggi non si parla più molto d’intercultura, come se ne parlava una decina d’anni fa, quando sembrava d’aver trovato la chiave per risolvere i problemi della convivenza, che sarebbe stata futura, più che altro.
Oggi che la società italiana va diventando come si dice multietnica, multiculturale, multireligiosa, multitutto, per davvero, di intercultura non si parla più. Forse perché la si è realizzata? La sensazione immediata mi fa diffidare delle imitazioni. Complice il dibattito avvelenato sull’immigrazione, è cresciuta una realtà multiculturale ma non interculturale.
In generale, e nonostante il dibattito sull’immigrazione, la seconda generazione va assimilandosi più fortemente, grazie alle amicizie scolastiche o di quartiere e grazie al web, in quella marmellata culturale globalizzata che conosciamo, rispetto alla quale chi deve fare intercultura non sono più tanto i giovani del posto e quelli stranieri, ma piuttosto i genitori de-gli uni e degli altri rispetto a se stessi e ai propri figli.
Per sciogliere il bandolo della matassa ed essere operativi, però, qualcosa bisogna dire. Intercultura: istruzioni per l’uso.
In una società fortemente segnata dal narcisismo individuale e collettivo, parlare di intercultura è come far conoscere la vita dei marziani ai cacciatori di mammut dell’isola di Wrangler. I primi sono probabili, i secondi sono estinti.
Nella società dell’opinione, del soggettivismo spinto, del così-è-se-mi-pare, ogni dialogo, ogni intermezzo, ogni parola che sta in mezzo e crea relazione biunivoca sembra fantascienza, un optional che in tempi di crisi costa troppo.
La rappresentazione più corrente della vita è una partita a car-te: uno vince, l’altro perde. In questo contesto privato della normale attrazione reciproca tra diversi, siamo tutti votati a diventare omoculturali, cioè omogenei e convergenti sul noi-stessi-collettivo, dove ogni altro è un’immagine che rimanda debitamente il nostro e solo il nostro sembiante collettivo, co-me in uno specchio sociale o mediatico.
Sul piano teorico, l’intercultura è, invece, l’arte di confrontare diverse visioni del mondo e delle cose, un dizionario, semplicemente ricordando che non esiste un solo modo di concepire e dire il mondo e che, dunque, è logico che le molteplici modalità di comprendere l’esistente possano coesistere, mescolarsi, prestarsi valori e idee, convergendo verso una gestione comune dello spazio vitale, rispettosa delle differenze identitarie.
Come il dialogo è la possibilità di creare una condizione di futuro tra due o più persone, le quali non sono chiamate a fare salotto, ma a condividere l’essenziale della vita, se stessi, lo spazio, il tempo, le risorse e, dunque, a trovare soluzioni che possano soddisfare entrambi, così sul piano pratico, l’intercultura rappresenta l’arte di trovare soluzioni soddisfacenti per condividere un medesimo territorio ed una comune società, senza interferire con la cultura dell’altro, ma escogitando il modo di combinare insieme due o più identità e salvare sempre la pace sociale (il che conviene a tutti).
In altre parole, l’intercultura è una parola nuova per declinare la stessa antica solidarietà tra gli esseri umani.
Intercultura è stata la collezione di fotografie africane di mio nonno, gli uomini con le facce nere, le moschee, i dromedari. Intercultura è stata una canzone che cantavamo da ragazzini in chiesa: Di che colore è la pelle di Dio? È nera, bianca, gialla, rossa perché Lui ci vede uguale davanti a sé.
Intercultura sono stati i fumetti con cui sono cresciuto, Tex Willer, il capo bianco del popolo Navajo ed il suo pard Tiger Jack ed i libri di geografia con le loro immagini di genti e paesi diversi. Intercultura sono stati i miei libri: mi tornano alla mente le storie di Sandokan. Intercultura sono stati i tanti racconti di missionari che ho incontrato, uomini dispersi nelle regioni equatoriali, a lottare con la lebbra e ad innamorarsi di quelle culture e di quelle genti.
Intercultura sono stati i pomeriggi in cui un venditore ambulante lasciava a mio padre per un po’ le sue mercanzie e andava a mangiare un boccone e poi, al suo ritorno, i due chiacchieravano come si conoscessero da sempre. Intercultura è stata la passione per i dialetti e le ricerche etnografiche nelle terre italiane che ho ereditato dalla mia insegnante di lettere delle medie.
Intercultura è stata la simpatia per Mohammed Alì.
Sembrerebbe, l’intercultura, essere solo un’atmosfera fortunata che se ti capita sei a posto se no, pazienza. No.
Intercultura è stato fare una scelta civile, con la convinzione che gli uomini sono tutti uguali e cittadini dello stesso mondo, senza discriminazione di pelle, di cultura, di fede, di sesso, di censo, con la possibilità di convivere nella diversità, perchè il mondo è una casa abbastanza grande per tutti, per tutte le lingue, per tutti i dialetti, per tutte le cucine, per tutte le letterature, per tutte le religioni, per tutti i modi onesti di rappresentarsi e costruirsi la vita.
Oggi non si parla più molto d’intercultura, come se ne parlava una decina d’anni fa, quando sembrava d’aver trovato la chiave per risolvere i problemi della convivenza, che sarebbe stata futura, più che altro.
Oggi che la società italiana va diventando come si dice multietnica, multiculturale, multireligiosa, multitutto, per davvero, di intercultura non si parla più. Forse perché la si è realizzata? La sensazione immediata mi fa diffidare delle imitazioni. Complice il dibattito avvelenato sull’immigrazione, è cresciuta una realtà multiculturale ma non interculturale.
In generale, e nonostante il dibattito sull’immigrazione, la seconda generazione va assimilandosi più fortemente, grazie alle amicizie scolastiche o di quartiere e grazie al web, in quella marmellata culturale globalizzata che conosciamo, rispetto alla quale chi deve fare intercultura non sono più tanto i giovani del posto e quelli stranieri, ma piuttosto i genitori de-gli uni e degli altri rispetto a se stessi e ai propri figli.
Per sciogliere il bandolo della matassa ed essere operativi, però, qualcosa bisogna dire. Intercultura: istruzioni per l’uso.
In una società fortemente segnata dal narcisismo individuale e collettivo, parlare di intercultura è come far conoscere la vita dei marziani ai cacciatori di mammut dell’isola di Wrangler. I primi sono probabili, i secondi sono estinti.
Nella società dell’opinione, del soggettivismo spinto, del così-è-se-mi-pare, ogni dialogo, ogni intermezzo, ogni parola che sta in mezzo e crea relazione biunivoca sembra fantascienza, un optional che in tempi di crisi costa troppo.
La rappresentazione più corrente della vita è una partita a car-te: uno vince, l’altro perde. In questo contesto privato della normale attrazione reciproca tra diversi, siamo tutti votati a diventare omoculturali, cioè omogenei e convergenti sul noi-stessi-collettivo, dove ogni altro è un’immagine che rimanda debitamente il nostro e solo il nostro sembiante collettivo, co-me in uno specchio sociale o mediatico.
Sul piano teorico, l’intercultura è, invece, l’arte di confrontare diverse visioni del mondo e delle cose, un dizionario, semplicemente ricordando che non esiste un solo modo di concepire e dire il mondo e che, dunque, è logico che le molteplici modalità di comprendere l’esistente possano coesistere, mescolarsi, prestarsi valori e idee, convergendo verso una gestione comune dello spazio vitale, rispettosa delle differenze identitarie.
Come il dialogo è la possibilità di creare una condizione di futuro tra due o più persone, le quali non sono chiamate a fare salotto, ma a condividere l’essenziale della vita, se stessi, lo spazio, il tempo, le risorse e, dunque, a trovare soluzioni che possano soddisfare entrambi, così sul piano pratico, l’intercultura rappresenta l’arte di trovare soluzioni soddisfacenti per condividere un medesimo territorio ed una comune società, senza interferire con la cultura dell’altro, ma escogitando il modo di combinare insieme due o più identità e salvare sempre la pace sociale (il che conviene a tutti).
In altre parole, l’intercultura è una parola nuova per declinare la stessa antica solidarietà tra gli esseri umani.
del Prof. Vece

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