lunedì 14 maggio 2012

Più cultura, meno paura!

Perdonate l’irruenza, ma ci vuole. Personalmente non sono stanco di ribadire il concetto di “tolleranza” e di “convivenza”, parole chiave in un contesto di multietnicità e multiculturalismo. Mi rendo conto che le parole spese a riguardo sono tante e sono destinate ad aumentare ma non posso starmene in silenzio d’innanzi al continuo squallore che vedo, giorno dopo giorno. Ogni giorno vedo persone che vengono giudicate per il colore della pelle, per la lingua, per la religione o, più semplicemente, per un pensiero diverso. Già, “diverso”. Mi domando se anche voi, gentili lettori, vi siete mai soffermati anche solo per un secondo a riflettere su quanto impropriamente utilizziamo questa parola. Diverso non è chi pensa in un modo che va contro il tuo. Diverso non è chi crede in un Dio che non è il tuo, come non lo è chi non parla la tua stessa lingua. Diverso non è chi ha gusti diversi dai tuoi. Diverso non è chi non ha il tuo stesso colore della pelle, non lo è chi mangia cibo diverso dal tuo. Visto che ci sono e considerato il fatto che “razzismo” e “ razza” sono parole che ormai sentiamo tutti i giorni mi sento di dire che la “razza”(e le virgolette sono più che intenzionali) è solo una: quella umana.
Mi voglio soffermare un momento su una parola che ho già utilizzato sopra: multietnicità. Cos’è esattamente una “Società multietnica”? In genere quando parliamo di società multietnica ci stiamo riferendo ad un ambiente costituito da numerose e diverse etnie integrate tra loro. Ecco un’altra parola importante: integrazione. E’ proprio perché l’uomo si rifiuta di integrare e di integrarsi che sorgono i numerosi conflitti e problemi che caratterizzano la nostra società da sempre, questo perché la convivenza di più etnie in uno stesso ambiente sociale le mette, inevitabilmente, a confronto. Che caso, abbiamo un’altra parola importante qui. Il problema più evidente e grave è proprio la nostra scarsa voglia di confrontarci, di conoscerci, di scoprirci. Amici miei, sono sicuro che a nessuno di noi manca la curiosità di scoprire una cultura diversa ma so bene, invece, che a quasi tutti (e meno male che si salva qualcuno) manca il coraggio di azzittire i pregiudizi. Il pregiudizio del colore della pelle, ad esempio, è uno di quelli che proprio non capisco. Come può influire sulla qualità di una persona il colore della pelle? Come può cambiare, agli occhi di chi guarda, la percezione del modo di essere di un individuo solo perché ha la pelle più scura o più chiara? Non so davvero darmi risposta.
Vi siete mai chiesti come può sentirsi una persona di una qualsiasi etnia diversa dalla vostra davanti alle continue critiche, infondate, che riceve? Come si sente il marocchino quando viene disprezzato? Come si sente il colombiano quando viene respinto ed escluso solo per il suo colore scuro? Non credo che nessuno di noi possa realmente essere in grado di immaginare cosa significhi non poter integrarsi in un contesto sociale. La realtà di tutti i giorni è quella che, seppur non sempre in maniera incisiva, caratterizza lo scenario della nostra esistenza, dona uno sfondo agli avvenimenti di ogni giorno. Non essere apprezzato o non riuscire ad integrarsi in una società rende la vita uno spiacevole susseguirsi di eventi, una routine stancante e dolorosa. Nelle nostre belle società “moderne” la discriminazione delle etnie immigranti è sempre maggiore, la stessa Francia, paese multietnico da anni, nel programma scolastico non prevede lo studio della lingua di origine degli immigranti. Generalmente potrebbe essere interpretata come “comprensibile” una scelta del genere ma in Francia, in seguito alle grandi colonizzazioni, sono presenti più etnie, e di conseguenza più culture, che andrebbero tutelate e salvaguardate. Ngana Njock Yogo, poeta africano, in una sua poesia intitolata “Straniero” critica la non curanza della cultura delle etnie entranti e parla dello “straniero”, rimarca che l’Europa “moderna” ha creato e che continua ad alimentare con squallide manifestazioni di razzismo ed indifferenza (cit. “Imparammo per forza a vivere come lo straniero, a pensare come lo straniero, a morire come lo straniero.).
A livelli più elevati di non tolleranza e di disprezzo del “diverso” (è più forte di me, devo mettere le virgolette) si arriva a conflitti, guerre, scontri ed a violenze di ogni tipo. Scenari del genere fanno parte della realtà mondiale da sempre, le guerre razziali sono sempre esistite e, purtroppo, di questo passo esisteranno per sempre. Un poeta camerunense di nome Césaire, testimone di scontri razziali di ogni tipo, scrive di quanto ogni pregiudizio non conti più niente nel momento in cui scorre del sangue. Nella sua poesia “Il sangue” parla dell’inutilità dei conflitti razziali in questo modo: ”Il sangue non è indio, polinesiano o inglese. Il sangue non è ricco, povero o benestante. Il sangue è rosso. Disumano è chi lo versa”.
Spero di aver premuto abbastanza sul vostro stomaco, cari lettori, perché una situazione del genere non è più sostenibile. Io personalmente (anche se, fidatevi, siamo in tanti) sono davvero stufo di assistere nel 2012 a scene di razzismo e di discriminazione razziale e sessuale. Dopo due guerre mondiali, disastri razziali e continue ed attuali lotte generate ed alimentate dai pregiudizi e dalla incapacità di collaborare trovo inammissibile che esista ancora chi giudica le persone per la propria origine. L’acquisizione di una cultura, attraverso lo studio e la conoscenza della storia e della letteratura, attraverso un confronto e mediante l’incontro di chi ha usi e costumi diversi dai nostri è l’unico modo che l’umanità possiede per progredire e persistere. Per questo motivo ho fatto del titolo di questo articolo una sorta di filosofia di vita da applicare in ogni contesto e da seguire sempre. Concludo lasciandovi alla lettura di alcuni versi scritti da uno degli autori sopracitati, possano invitarvi ulteriormente a riflettere.

di Alessandro Valentino

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